Il bullismo non è un problema di ordine pubblico, ma una sfida pedagogica che richiede attenzione fin dai primi segnali. E’ questa la posizione manifestata dal professore Raffaele Mantegazza, intervistato nei giorni scorsi dalla nostra redazione. Il pedagogista, ex assessore alla Cultura ed esponente di spicco dell’Anpi di Arcore ha sottolineato come la prevenzione e l’ascolto siano le armi principali per contrastare questo fenomeno, troppo spesso sottovalutato o derubricato a “semplice ragazzata”.
La pericolosità della sottovalutazione
Secondo Mantegazza, uno degli errori più comuni commessi dagli adulti è l’incapacità di cogliere le cosiddette “micro-violenze”. Un cappello rubato e gettato nel fango o dei quaderni lanciati nel bagno non sono episodi trascurabili. Questi gesti rappresentano i primi passi di una possibile escalation che può portare a violenze fisiche e psicologiche molto gravi.
Il professore ha anche voluto mettere in guardia dall’uso di frasi fatte come “Succedeva anche ai miei tempi” o “Cosa vuoi che sia”. Il fatto che certi comportamenti fossero presenti in passato non li rende meno sbagliati o dannosi oggi.
Un approccio a due binari: vittima e bullo
L’intervento educativo deve muoversi contemporaneamente in due direzioni: da un lato la protezione della vittima. È fondamentale far sentire i ragazzi ascoltati e tutelati, impedendo che si sentano soli di fronte alle prevaricazioni. Rieducazione del bullo: spesso, dietro un comportamento violento, si nasconde una ricerca di identità, forza e attenzione. Il compito degli educatori è mostrare a questi ragazzi che esistono modi positivi per essere al centro dell’attenzione, ad esempio attraverso lo sport, il teatro o l’arte.
Oltre la repressione
La tesi centrale di Mantegazza è chiara: non si può pensare di risolvere il bullismo esclusivamente attraverso misure repressive. La scuola e le agenzie educative devono intervenire per costruire una cultura del rispetto, evitando di trovarsi poi a dover gestire situazioni tragiche che potevano essere evitate con un ascolto più attento.
“La violenza non è mai normale, la sottovalutazione è complicità”: un monito che campeggia anche sul manifesto che accompagna l’intervento del professore, ricordandoci che ogni segnale di sofferenza deve essere intercettato e affrontato con serietà.
Il metal detector proposto dal ministro Piantedosi nelle scuole
Mantegazza ha anche sonoramente bocciato la soluzione dei metal detector proposta dal ministro Piantedosi per evitare che gli studenti entrino a scuola con i coltelli.
“Temo che sia il classico modo di intervenire in maniera demagogica per risolvere il problema. Ma veramente qualcuno pensa che un preside, ogni mattina, possa mettersi lì a decidere se installare o meno il metal detector per scovare gli studenti con il coltello? – ha proseguito Mantegazza – Purtroppo si tratta di un intervento che non risolve affatto la problematica. E poi non si affronta il problema vero, quello educativo. Se il fenomeno lo si affronta prima, nel momento in cui c’è una microviolenza, allora si può sicuramente fare qualcosa. Per esempio il problema del bullismo, strettamente legato alla discussione del momento riguardante i controlli a sorpresa delle forze dell’ordine all’ingresso delle scuola, lo si deve affrontare tramite gli insegnanti, dunque a livello educativo. Non è una criticità che può essere arginata con misure che non hanno nessun senso nella scuola”.