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I dubbi sono molti

"Abbiamo riprodotto il tartufo bianco di Alba": la "grandeur" francese che fa arrabbiare l'Italia

La notizia è stata pubblicata dalla rivista scientifica "Mychorriza", protagonisti della coltivazione artificiale l'istituto di ricerca francese Inrae e i vivai Robin.

"Abbiamo riprodotto il tartufo bianco di Alba": la "grandeur" francese che fa arrabbiare l'Italia
Glocal news 20 Febbraio 2021 ore 09:11

Che i "cugini d'Oltralpe" siano un tantino presuntuosi è praticamente iconico. Così come la "grandeur", vero o presunto primato della nazione francese, sentito come motivo di attaccamento alla patria o utilizzato come argomento di propaganda culturale e politica. Dopo la Gioconda, ora i "galletti" vogliono pure mettere le mani sul prezioso tartufo bianco di Alba: lo scorso martedì 16 febbraio 2021, un istituto di ricerca nazionale francese ha annunciato, sulla rivista scientifica "Mychorriza", di essere riuscito a riprodurre e coltivare il Tuber magnatum Pico, il fungo sotterraneo eccellenza del territorio cuneese. E la cosa ha inevitabilmente fatto arrabbiare tutti i piemontesi, e non solo.

Il tartufo bianco di Alba e la grendeur

Da "Prima Cuneo"

La notizia proveniente dalla Francia relativa alla coltivazione "artificiale" del tartufo bianco di Alba riguarderebbe in assoluto una prima mondiale e la cosa ha fatto non poco storcere il naso. Per quale motivo? La ragione è essenzialmente naturale: il tartufo bianco di Alba, o Tuber magnatum Pico, è una delle specie di funghi più uniche, rare e pregiate al mondo. Cresce allo stato selvatico in pochissime parti dell’Italia - principalmente intorno ad Alba, in provincia di Cuneo - e dei Balcani, ma in quantità limitate, che si fanno ancora più scarse se non ci si prende cura dei boschi. La rarità di questa eccellenza culinaria fa sì che il suo valore di mercato schizzi incredibilmente alle stelle: il prezzo al chilo varia, a seconda del raccolto annuale, tra 1.500 e 3.000 euro, ma non è un caso che, in alcune aste, la sua valutazione raggiunga anche cifre anche più spropositate.

Il tartufo bianco rientra nella categoria dei funghi micorizzici e ciò vuol dire che per crescere e prosperare ha bisogno necessariamente di legarsi alla radice di una pianta, creando con essa una sorta di rapporto di scambio: il fungo estrae dal suolo i minerali utili alla pianta per vivere, quest'ultima, invece, fornisce al fungo gli zuccheri che producono grazie alla fotosintesi.

La seguente spiegazione scientifica fa sorgere quindi diversi dubbi circa le tecniche di coltivazione del tartufo bianco, in quanto, riprodurre questo tipo di fungo significherebbe letteralmente coltivare le specie di alberi insieme ai quali crescono. Anche in Italia, da decenni, sono stati portati avanti studi per capire come favorirne la produzione o addirittura riuscire a coltivarli.

In Francia dicono di averlo riprodotto

Lo scorso martedì 16 febbraio 2021, sulla rivista scientifica "Mychorriza", è stata pubblicata la notizia per cui l'Inrae (Institut national de recherche pour l’agriculture, l’alimentation et l’environnement), istituto di ricerca nazionale francese, sarebbe riuscito a coltivare il tartufo bianco di Alba in Nuova Aquitania, una regione della Francia dove quest'ultimo non si trova in natura.

Il risultato ottenuto è stato reso possibile grazie alla collaborazione, iniziata nel 1999, con i vivai Robin, i quali, dal 2008 vendono giovani piante di roverella (un tipo di quercia) le cui radici sono molto legate ai funghi del Tuber magnatum Pico, dando indicazioni specifiche sul clima e il terreno favorevoli per la crescita del tartufo bianco. Qui entra in gioco l'Inrae che si occupa di certificare la presenza del fungo in ognuna delle piante vendute grazie ad analisi del DNA.

Come avviene la produzione controllata

Negli anni, l'Inrae ha seguito la messa a dimora e lo sviluppo di alcune roverelle che sono state piantate in regioni francesi dove normalmente i tartufi bianchi non crescono. Nell’ambito del programma di ricerca, sono state studiati cinque tentativi di coltivazione e, a distanza di 3-8 anni dalla messa a dimora, in quattro piantagioni distribuite su regioni con climi diversi (Rodano-Alpi, Contea di Borgogna Franche e Nuova Aquitania) il risultato più eclatante ha riguardato la raccolta nel 2019 di tre tartufi e quattro nel 2020 nella piantagione della Nuova Aquitania.

“In qualità di ex deputato per le Alte Alpi – parla così Gioele Giraud, Segretario di Stato presso il Ministro per la Coesione dei Territori e le Relazioni con gli Enti Locali, responsabile della Ruralità – e di membro del governo responsabile della difesa delle zone rurali, ho voluto dare il benvenuto a questo primo mondo. Illustra perfettamente la capacità innovativa di ruralità che il governo sostiene e incoraggia”.

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