Riflessioni economiche

“Crescita e formazione necessitano investimenti”

L’analisi del Segretario Generale della CISL Monza Brianza Lecco, Mirco Scaccabarozzi

“Crescita e formazione necessitano investimenti”

Crescita e formazione: due elementi chiavi per il tessuto economico brianzolo (e non solo), un binomio «inscindibile che necessita investimenti». Nasce da questo presupposto l’analisi del segretario generale della Cisl Monza Brianza Lecco, Mirco Scaccabarozzi sullo stato attuale dell’economia e sulle prospettive future.

L’analisi

«Le stime di crescita per l’anno corrente rimangono ai livelli di prefisso telefonico, con un PIL che veleggerebbe tra il +0,6% e il +0,8% a seconda delle fonti di stima. Una sintesi icastica della situazione è stata di recente profilata dal governatore di Bankitalia, Panetta. La crescita indebolita e modesta nei prossimi anni che paga le debolezze strutturali dell’economia italiana. Produttività che ristagna da un quarto di secolo; capacità di innovazione che permane distante dai paesi attestati sulle frontiere della tecnologia più avanzata. Freni alla crescita che si riverberano in una dinamica di redditi e salari che permane assai debole. Per intenderci: dal 2000, i salari orari in Italia sono rimasti pressoché fermi in termini reali, contro una crescita del 21% per cento in Germania e del 14% in Francia. Tutto ciò da tempo limita le scelte e le prospettive delle persone, specie di donne e giovani. La Cisl reputa di per sé evidente che la crescita reddituale non può essere retta da contingenti misure fiscali o da interventi pubblici tampone, magari una tantum. Solo una produttività che imbocchi la via di una ripresa a cadenza sostenuta potrà diventare garanzia di aumenti salariali duraturi, accompagnata da scelte politiche e impegni negoziali volti a redistribuire in termini sociali il reddito prodotto».

Il segretario generale fa poi un passaggio sullo stato della demografia.

«A Monza l’indice di vecchiaia, cioè il rapporto percentuale tra il numero degli over 65 e il numero degli under 14, nel 2025 si è attestato su 208,7, ovvero ogni 100 giovani ci sono 208,7 anziani, mentre solo nel 2002 tale rapporto era pari a 148,8 su 100. Con riferimento all’indice di ricambio della popolazione attiva, cioè il rapporto percentuale tra la fascia di popolazione pensionanda (60-64 anni) e quella che sta per entrare nel mondo del lavoro (15-19 anni), con una popolazione attiva tanto più giovane quanto più l’indicatore è minore di 100, a Monza nel 2025 tale l’indice è 143,4 ovvero la popolazione in età lavorativa è molto anziana. Appare dunque improcrastinabile l’allargamento del mercato del lavoro, specie favorendo l’accesso di donne e giovani e ponendo un’attenzione non sporadica e scevra da risibili pregiudiziali etnico-culturali alle politiche migratorie».

L’importanza della formazione

Il futuro del Paese si gioca sul campo della formazione.

«Scuola, università, ricerca e ricerca applicata sono i campi di intervento su cui si gioca in larga misura il futuro. Istruzione debole e competenze labili zavorrano l’occupazione delle giovani generazioni, riducendo per un verso il loro contributo ai processi di crescita del paese e inasprendo per altro le diseguaglianze sociali e territoriali. Ma ciò non chiama in causa unicamente i volumi di spesa da destinare, ma anche il loro impiego nell’iter formativo finalizzato a ottimizzare la preparazione dei giovani, al loro inserimento qualificato nel mondo del lavoro, all’espansione di settori strategici in grado di implementare la competitività del sistema paese, potendo contare sul capitale umano delle nuove generazioni. Se già oggi si impone con prepotenza anche nel territorio, sempre più in futuro il nodo gordiano sarà lo skill mismatch. A Monza, per limitarci solo agli ultimi mesi, in oltre 50 casi su 100 le imprese prevedono di avere difficoltà a trovare i profili desiderati. Il nostro Paese non possiede ancora un autentico sistema duale che consenta dopo i sedici anni una sorta di duplicità di status, studente e a un tempo lavoratore, entro una cornice puntualmente tracciata di obiettivi formativi, garanzie, remunerazione adeguata e non da ultimo responsabilità».

Ma se la teoria sembra chiara, la pratica non lo è.

«Le risorse pubbliche che l’Italia destina all’istruzione sono meno del 4% del PIL, circa un punto in meno della media dell’Unione europea e il livello più basso tra le principali economie dell’area dell’euro. Il nostro è l’unico grande Paese europeo in cui la spesa pubblica per studente universitario risulta significativamente inferiore a quella destinata alla scuola superiore.
Poi un monito per gli imprenditori. «Un incremento delle competenze, anzitutto digitali, deve coniugarsi alla valorizzazione del capitale umano di cui è latore chi entra nel mercato del lavoro. Una politica aziendale di riduzione di costo a discapito della produzione di valore non è accettabile e porta alla precarizzazione delle vite dei giovani, senza migliorare produttività e competitività. Analoga considerazione può essere svolta anche per la condizione delle donne lavoratrici, laddove tutti i dati confermano che sono penalizzate soprattutto dalla difficile conciliazione dei tempi di vita e di lavoro. Per la Cisl la ripresa non può essere ricondotta unicamente a una mera ingegnerizzazione delle dinamiche economiche e produttive. Gli obiettivi ambiziosi prefigurati dalla transizione digitale e ambientale debbono coniugarsi strettamente a obiettivi del pari ambiziosi sotto il profilo della innovazione sociale e delle forme del lavoro, che debbono assumere una precisa veste pattizia».