C’è un filo invisibile, sottile ma indistruttibile, che lega le pareti della biblioteca cittadina, in queste settimane del mese di marzo, dedicate all’estro delle donne, al cielo. E’ il filo che Liliana Russi, 76 anni, originaria di Milano, del quartiere Baggio come rivendica con orgoglio, ma arcorese d’adozione, dipana attraverso i suoi quadri in ricordo del figlio Daniele Sacchi, scomparso tragicamente 13 anni fa.
Fino al 28 marzo la biblioteca ospita cinque sue opere, parte di un percorso intitolato «Pellegrinaggio onirico»: un viaggio dell’anima che non cerca la forma, ma la sostanza del sacro.

Per Liliana, l’arte non è un mestiere, è una vocazione innata fin dalla fanciullezza. «Sono nata con questa vena e come dico sempre si tratta di un dono», ha raccontato con la semplicità di chi ha sempre lasciato che fosse il pennello a parlare. Autodidatta, con un passato da contabile in ambito amministrativo, Liliana ha coltivato la bellezza sin da bambina, affinando poi la tecnica su porcellana con le scuole monzesi Pellegatta e Monza. Oggi, la sua arte è un linguaggio informale e materico, capace di vibrare di un’energia che sfugge a ogni classificazione accademica. E con lo sguardo rivolto sempre verso l’alto, verso quella Presenza che l’ha aiutata a superare i momenti di difficoltà che la vita le ha messo davanti.
Nel nome di Daniele

Ma dietro ogni pennellata, talvolta intrisa dalle lacrime, dietro ogni accostamento di colore, vive il ricordo del figlio Daniele. Un ragazzo solare, conosciuto, stimato e benvoluto in città e non solo. Un soccorritore del 118 dal cuore grande che non aveva paura di sporcarsi le mani per aiutare gli altri, come quando, tra i primi, corse a prestare soccorso ai terremotati de L’Aquila. Daniele era un giovane impegnato, che nel 2011 tentò anche la strada della politica con la lista civica «PopArc», a sostegno di Alessandro Ambrosini sindaco.
Quella semplicità si è interrotta bruscamente nel 2012, a pochi giorni dalla discussione della tesi di laurea in Giurisprudenza alla Cattolica di Milano. Un vuoto incolmabile, che Liliana ha scelto di trasformare in presenza. Un dolore che l’artista ha saputo tramutare in arte.
“Nei miei quadri c’è tanto di mio figlio, è il suo ricordo che mi guida anche se, ad essere sincera, raramente, quando incontro i visitatori delle mie mostre, parlo di lui e di quello che ho vissuto – confida l’artista con gli occhi lucidi – È il mio modo per esprimere la mia interiorità. Alle parole preferisco far parlare le mie opere. Mi sento una messaggera. Il mio intento non è quello di realizzarmi come grande artista ma vedere l’emozione negli occhi di chi guarda le mie opere”.
Un legame suggellato anche dall’opera «Introspezione onirica», dedicata proprio al figlio ed esposta tanti anni fa a Trento.
Un viaggio verso il divino
Le opere esposte ad Arcore non sono semplice astrazione. Sono, come dice lei, un percorso «onirico»: immagini sognanti, irreali, che nascono dal silenzio. «Realizzo le mie opere in base all’ispirazione, senza un pensiero preventivo. Ho bisogno di sentire la mia interiorità».
Un’interiorità che ha varcato confini importanti: dall’esposizione a New York con la fondazione dedicata a Carlo Rambaldi, ai riconoscimenti al teatro Ariston di Sanremo, fino alla Biennale di Ferrara, Barcellona e Roma. Dopo la mostra di Arcore, la produzione di Liliana Russi sarà protagonista anche al prossimo Fuorisalone di Milano in aprile. Liliana Russi continua a camminare, portando con sé il ricordo di Daniele. La sua pittura è una preghiera visiva, un invito a guardare «a occhi chiusi» per vedere ciò che conta davvero: il passaggio dal caos del dolore alla pace della consapevolezza.
