La denuncia

Diciottenne bloccato sotto i missili a Doha, il papà: «Mio figlio abbandonato dallo Stato»

Giorgio Canestraci, studente dell’Olivetti, da novembre si trova in Qatar per uno stage in un albergo di lusso

Diciottenne bloccato  sotto i missili a Doha, il papà: «Mio figlio abbandonato dallo Stato»

Doveva essere una delle esperienze più belle della sua giovane vita, si sta trasformando in un inferno. Giorgio Canestraci, diciottenne monzese studente al quarto anno dell’istituto alberghiero «Olivetti», è bloccato insieme a due sue compagne a Doha, nel Qatar finito nel mirino dell’Iran nella guerra contro Stati Uniti e Israele.

La denenucia di papà Maurizio

Papà Maurizio sta facendo di tutto per riportarlo a casa ma, denuncia, ha trovato nell’Ambasciata italiana un muro di gomma. «Nessuna soluzione, nessuna procedura d’urgenza, nessun riferimento a protocolli consolari straordinari». Ha quindi deciso di prendere carta e penna per scrivere una lettera accorata affinché «qualcuno si muova».
E pensare che Giorgio non sarebbe neppure dovuto partire; lo scorso mese di novembre ha preso il posto di una compagna nel terzetto di studenti selezionato per l’esperienza formativa in un albergo di lusso, il «The Ned», cinque stelle e sedi anche a Londra e New York.
«A gennaio è rientrato in Italia perché, lavorando in cucina, si era reciso un tendine», ha raccontato il papà.
Operazione, cure, fisioterapia e nuovo volo per Doha il 26 febbraio, due giorni prima dello scoppio del conflitto in Medio Oriente. Ora il diciottenne è chiuso nell’appartamento che divide con un ragazzo pakistano: lavoro fermo, nessuno possibilità di uscire e i muri che tremano per i missili.

«Le pareti della stanza tremano»

«Il suo alloggio è nel deserto, tra la città e la base americana che viene presa di mira dagli attacchi – ha raccontato Maurizio Canestraci – Mi ha detto: “Papà, ho paura”».
«Ho contattato l’Ambasciata italiana. Le risposte che ho ricevuto mi hanno lasciato senza parole. “Chiami Qatar Airways e compri un biglietto”. I voli disponibili sono pochissimi, i prezzi sono alle stelle (6 mila euro il preventivo ricevuto, ndr), e comunque si presuppone che un ragazzo di diciotto anni in zona di guerra debba arrangiarsi da solo sul mercato aereo internazionale». L’alternativa proposta? «Uscire via terra verso l’Arabia Saudita: procurarsi autonomamente un visto, trovare un pullman, raggiungere Riad, acquistare un volo da lì e attendere pazientemente la partenza… anche qualche giorno. Tutto in autonomia. Tutto a carico della famiglia».
Un’impresa già di per sé estremamente complicata, resa impraticabile dal passaporto di Giorgio in scadenza a fine agosto: per entrare in Arabia Saudita, infatti, è obbligatorio possedere un documento di identità con una validità residua di almeno sei mesi dalla data di ingresso nel Paese.

«Dall’ambasciata nessun aiuto»

«L’ho fatto presente. Risposta dell’Ambasciata italiana: nulla. Silenzio, o poco più. Nessuna soluzione, nessuna procedura d’urgenza, nessun riferimento a protocolli consolari straordinari. Lo Stato italiano non trova nemmeno un funzionario che si prenda la briga di trovare una via d’uscita, che ci metta la faccia e si prenda in carico la questione e riporti Giorgio e le sue due compagne a casa in sicurezza».
In queste settimane la famiglia Canestraci ha potuto contare sul supporto dell’istituto «Olivetti» e della dirigente scolastica Renata Cumino che ha messo a disposizione degli studenti bloccati nell’Emirato uno psicologo.
«Non incolpo la scuola che ha organizzato questo progetto con passione e professionalità – ha chiarito papà Maurizio – Nessuno poteva prevedere che il conflitto esplodesse in quei termini. Ma uno Stato ha il dovere di proteggere i propri cittadini all’estero, soprattutto quando sono dei giovani appena maggiorenni, soprattutto quando si trovano in una situazione di pericolo reale e documentato. Questo dovere, oggi, non viene onorato».

«Abbondati dallo Stato»

«Mi chiedo – ha proseguito – quante famiglie italiane si trovino in questa condizione. Mi chiedo quanti altri ragazzi stiano vivendo lo stesso senso di abbandono. Perché di questo si tratta: abbandono. Non una svista burocratica, non un ritardo organizzativo. Abbandono. Da parte di istituzioni che dovrebbero avere piani di emergenza, procedure consolari rodati, risorse dedicate alle crisi. E invece: richiamate voi, arrangiatevi voi, comprate voi».
«Sono un genitore che paga le tasse, che rispetta le regole, che ha insegnato a suo figlio il valore della legalità e della cittadinanza. Ho creduto nello Stato. Ho creduto che, in un momento di vera emergenza, lo Stato ci fosse. Giorgio e le sue compagne sono ragazzi meravigliosi che meritavano un’esperienza formativa straordinaria. La stanno avendo, ma non quella che avevano sognato. Stanno imparando che il mondo può diventare pericoloso all’improvviso. Stanno imparando la resilienza, la solidarietà tra compagni, il coraggio di affrontare la paura. Stanno anche imparando, purtroppo, che lo Stato che li ha formati, che ha chiesto loro di studiare, di crescere, di diventare buoni cittadini, adesso non è lì».
La speranza ora è nella missiva pubblica che il monzese ha inviato alla redazione del nostro settimanale sabato.
«Spero che qualcuno, leggendo queste righe, si muova. Un parlamentare, un ministero, un giornalista che faccia le domande giuste nei posti giusti. Spero che Giorgio e le sue compagne possano tornare a casa presto, sani e salvi. E spero che questa storia serva almeno a ricordare che la protezione dei cittadini- di tutti i cittadini – non è una gentilezza dello Stato. È un obbligo».