La scoliosi è una delle patologie della colonna vertebrale più diffuse in età evolutiva. Spesso è l’osservazione attenta di chi sta vicino al ragazzo a fare la differenza: un genitore che nota un’asimmetria nelle spalle del figlio in piscina o al mare, un preparatore durante l’allenamento, un insegnante di educazione fisica, un pediatra che rileva un cambiamento.
Nel quotidiano non è sempre immediato accorgersene — tra una visita e l’altra possono passare mesi, a volte anni — ma quando arriva il segnale, è fondamentale non ignorarlo.
Parliamo di scoliosi con Thomas Favaron di QiFisio
Thomas Favaron è fisioterapista e osteopata, specializzato nelle problematiche della colonna vertebrale. Lavora ogni giorno con bambini, adolescenti e adulti integrando tre strumenti distinti — lavoro manuale, tecniche osteopatiche ed esercizio attivo — in un percorso che punta a controllare, compensare e frenare l’evoluzione della patologia.
Lo abbiamo incontrato in QiFisio, dove è al lavoro ogni giorno, per fare il punto su questa problematica che, se non trattata, può trasformarsi in una patologia invalidante.
Thomas, partiamo da lei: qual è il suo percorso professionale?
«Ho una laurea in fisioterapia e un diploma in osteopatia. Nel corso della mia carriera mi sono specializzato sulla colonna vertebrale: prima con un percorso di educazione posturale, poi avvicinandomi all’osteopatia, che mi ha permesso di integrare tecniche e osservazioni più globali sul corpo. Mettendo insieme queste competenze con l’esercizio attivo della fisioterapia, ho oggi tre strumenti con cui lavorare per trattare la scoliosi. Mi occupo di dismorfismi e scoliosi sia nel bambino e nell’adolescente, sia nell’adulto. Fortunatamente non sono patologie così comuni, ma quando si presentano richiedono un’attenzione costante e un approccio molto mirato».
Che cos’è esattamente la scoliosi e quando si manifesta?
«La forma più comune si chiama scoliosi idiopatica giovanile: si sviluppa nella crescita senza una causa anatomica identificabile con certezza. Di fatto è un’incapacità dell’organismo, a livello neuromotorio, di gestire il corretto posizionamento delle vertebre. Le forze tensionali e muscolari vanno a forzare la colonna che si torce e si avvita adattandosi alle rigidità che incontra. Le forme più precoci compaiono già tra i 6 e i 10 anni, ma il periodo più tipico è tra i 10 e i 15 anni. Nelle situazioni più importanti, la scoliosi va a modificare in modo significativo l’assetto del tronco, diventando quasi invalidante.
Qualora non si tratti di una forma idiopatica, allora le cause della malattia possono essere precise: per esempio, cicatrici e tensioni createsi in età neonatale, o malformazioni congenite vere e proprie — vertebre non piatte o saldate in modo asimmetrico — che con lo sviluppo generano un adattamento progressivo della colonna».
Chi si accorge per primo del problema e come si arriva alla diagnosi?
«Non sempre, durante le visite di controllo, si colgono certe dinamiche, quindi può succedere che la scoliosi lavori in modo nascosto prima di essere individuata. Può capitare d’estate, al mare, che i genitori notino un’asimmetria nelle spalle, oppure durante gli allenamenti per il proprio sport preferito… Quando compaiono le avvisaglie, il passaggio obbligato è la visita da un ortopedico o fisiatra, che prescriverà una radiografia. Questo esame permette di misurare due parametri fondamentali: i gradi della curva e il grado di ossificazione scheletrica del ragazzo. Sono due dati che vanno letti insieme, per avere un quadro completo della situazione».
Perché il grado di ossificazione è così determinante?
«Perché ci dice quanto rischio evolutivo ha quella curva. Più si è avanti nello sviluppo osseo, meno è probabile che la curva aumenti. Una curva di 10 gradi su un bambino di 7 anni ha un potenziale di peggioramento elevato. Una curva di 15 gradi su una ragazza di 14-15 anni che ha già avuto il menarca da un anno o due, invece, rimarrà con tutta probabilità tale per il resto della vita. Questo cambia completamente il programma di lavoro e la frequenza degli incontri».
Come si imposta concretamente il trattamento?
«Il primo intervento è il lavoro manuale di riequilibrio, integrato con tecniche osteopatiche. Valuto il corpo nella sua globalità: la posizione della lingua durante la deglutizione, l’occlusione dentale, com’è stato il parto, se ci sono tensioni che il bambino si porta dietro da tempo. Il corpo è un sistema integrato e certe tensioni periferiche influenzano la postura globale. L’obiettivo è resettare le forze e riequilibrarle, per preparare il terreno al lavoro successivo.
Poi si introduce l’esercizio attivo, che richiede la partecipazione diretta del paziente. Si lavora sulla percezione: il ragazzo deve imparare a sentire com’è la posizione sbagliata della sua colonna. Solo quando la percepisce può iniziare a correggerla. Si costruisce un movimento di autocorrezione che inizialmente richiede concentrazione attiva, poi diventa progressivamente più complesso, fino a passare al livello sottocorticale — automatico. Quando la correzione entra nello schema motorio della persona, diventa un freno naturale all’ulteriore deviazione della colonna, che si porta avanti nel quotidiano per anni».

Qual è l’obiettivo realistico della terapia?
«Il primo obiettivo è limitare la gravità: impedire che la curva peggiori. C’è poi un aspetto estetico e funzionale altrettanto importante: una curva di 15 gradi può apparire molto evidente dall’esterno, mentre un’altra più grave, se ben compensata, può non essere per nulla impattante visivamente. Dobbiamo lavorare perché la persona percepisca correttamente il proprio corpo nello spazio — spalle allineate, bacino in posizione, appoggio simmetrico. Questo fa una differenza enorme nella qualità della vita».
C’è anche una dimensione psicologica importante.
«Assolutamente sì. Poiché l’incidenza della scoliosi è molto più femminile che maschile, capita, nei casi più seri, di aver di fronte ragazzine costrette a indossare, da un giorno all’altro, uno scomodo corsetto. È una situazione psicologicamente delicata, che bisogna trattare con sensibilità. Anche solo spiegare a una dodicenne che deve venire in studio ogni settimana e impegnarsi a percepire cose mai considerate prima non è affatto facile. Per questo il rapporto terapista-paziente è parte integrante della cura: bisogna costruire fiducia e coinvolgere il paziente nel percorso in modo da farlo sentire parte attiva. Preferisco un approccio graduale: sedute solo all’inizio settimanali “one to one” e in seguito più rarefatte, controllo radiografico ogni 12 mesi, per non perdere di vista l’evoluzione della patologia. Il peso di ogni decisione va ponderato pensando sempre al lungo periodo. Una volta superata la fase dello sviluppo la persona può anche non continuare il lavoro strutturato perché la curva si è ormai stabilizzata. La capacità di autocorreggersi, appresa durante i trattamenti, rimane un patrimonio che ogni paziente può integrare nella vita quotidiana al bisogno».
Oltre i venti gradi è scoliosi grave?
«Una curva che supera i venti gradi può progredire gravemente e diventare davvero invalidante. Sotto i venti gradi, con un buon lavoro di controllo, si porta avanti la situazione quasi come se non ci fosse. Ci sono curve oltre i venti gradi che, ben controllate, risultano praticamente invisibili, altre che, per quanto uguali, diventano un problema perché non curate.
Solo nei casi estremi si arriva alla chirurgia: un intervento invasivo che blocca interi tratti di colonna raddrizzandola: il bisturi funziona, ma la mobilità ne risente».
Meglio evitare, dunque, il bisturi?
«Personalmente ritengo di sì, se possibile. Tutta la mia filosofia punta nella direzione opposta: intervenire in tempo, monitorare con costanza, non perdere la colonna durante lo sviluppo. Nella grande maggioranza dei casi, se si inizia in tempo e si lavora bene insieme, evitare l’intervento chirurgico è possibile».
Informazioni sulla scoliosi: QiFisio
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Il dottor Favaron è a disposizione dei pazienti presso QiFisio di Vimercate in via Iginio Rota 26, tel. 349.3295401 – info@qifisio.it.
