Giovanni Sironi è un agricoltore. Uno dei pochi rimasti a Carate Brianza.
Classe 1945, di acqua ne ha vista passare sotto i ponti. Soprattutto quella della valletta del Brovarolo, che i caratesi chiamano in dialetto Bruada. La sua casa e la sua azienda sono l’ultimo avamposto a nord di Carate, al confine con Besana.
L’ultimo custode della Bruada
La chiamavano «Filipai», perché costruita dal padre Filippo con l’aggiunta di una desinenza, forse per fare il verso alla vicina ex cascina Cuntravai, oggi Camp di cent pertic.
Davanti alla sua casa, da diversi mesi, la Snam ha fatto partire i lavori di posa del metanodotto (dovrebbe arrivare fino a Missaglia) e di una centralina. Ma la ditta, a cui la società di infrastrutture energetiche aveva inizialmente affidato la posa, ha abbandonato i lavori dopo poco tempo ed è dovuta subentrare un’altra azienda con sede a Pesaro. Andare a trovare Sirtori al «Filipai» in questi giorni è un colpo al cuore.
Il cantiere attraversa terreni che l’ottantunenne contadino lavora e taglia il greto del torrente per attraversare poi la provinciale Carate-Besana: fa impressione l’entità del disboscamento, che tocca anche la scarpata di sua proprietà sulla riva destra del rio.
Accordi disattesi e timori per il futuro
«Gli accordi prevedevano che la legna degli alberi da loro tagliati mi fosse riconsegnata e invece è sparita», commenta sconsolato. «I tempi di fine lavoro sono imprecisati- aggiunge – ma soprattutto il ripristino è un’incognita: la strada privata che arriva dal Roletto è stata rovinata i lavori in quell’area sono finiti ma la conformazione originale non è stata ripristinata. Adesso poi che vengono le piogge primaverili temo che gli scavi si trasformino in autostrade di acqua e io mi ritrovi allagato», racconta Sironi, che ha cattivi pensieri pure sulla classificazione data dalla Snam ai suoi immobili («tettoia» e non «fabbricato»): una categoria funzionale a eventuali ribassati risarcimenti in caso di danno?
«Che la mia abitazione a due piani, una casa fatta e finita, venga definita dalle loro mappature una tettoia lascia sconcertati…».

La sua diffidenza è comprensibile. Una ventina d’anni fa la posa dei tubi della fognatura in tutta la valletta del Brovarolo interessò 600 metri della sua proprietà: «Sto ancora aspettando i risarcimenti promessi!» mastica amaro.
Del resto, anni fa, tre delle sue mucche al pascolo morirono nel giro di una settimana dopo aver bevuto l’acqua del rio, probabilmente contaminata da veleni scaricati in Bruada. Insomma, un agricoltore non può stare tranquillo in questo scenario. Le indennità di asservimento e di occupazione temporale valgono 1.240 euro: «A lavori finiti – replica – E vedremo se arriveranno, ma intanto il mancato raccolto di due semine (2025-2026) su 8 pertiche coltivate a mais e di 5 pertiche a frumento, più la azzerata fienagione di un prato e la legna persa pesano il triplo dell’indennizzo», replica Sironi che, a 81 anni, ha ancora grinta da vendere e non vuole essere preso in giro visto che visto che pochi giorni fa l’azienda responsabile della posa del metanodotto ha segnalato presenza di rifiuti da demolizione edile su una parte dell’area di scavo. Segnalazione, guarda caso, ricevuta dal sindaco di Carate, ma non da quello di Besana, sebbene una porzione dell’area incriminata ricada su territorio besanese.
«Questi laterizi – tiene a chiarire Sironi – sono arrivati sulla mia proprietà insieme alla terra rimossa dalle ruspe del cantiere per liberare il passaggio adiacente la strada provinciale, terra giacente nell’area di proprietà della Provincia di Monza su cui era facile scaricare rifiuti direttamente dalla strada. Non vorrei che questa denuncia fosse invece un modo per guadagnare tempo, visto che i lavori di scavo si sono interrotti quando è stato trovato il ceppo nell’alveo del Brovarolo».
A onor del vero, il segmento di proprietà dell’agricoltore rappresenta meno di un quarto dell’area interessata dai rifiuti edili, peraltro poco o nulla ingombranti: «Se vogliono mettermi di mezzo per risolvere i loro problemi, hanno trovato la persona sbagliata», conclude Sironi. Di tutta questa situazione sarebbe interessante sapere cosa ne pensano le autorità del Parco regionale della Valle del Lambro.