Riabilitazione orale e mantenimento: perché l’igiene professionale fa la differenza

Riabilitazione orale e mantenimento: perché l’igiene professionale fa la differenza

Quando un paziente affronta un percorso di riabilitazione dentale – che si tratti di intervenire su carie estese, parodontite o perdita di elementi dentari – la soddisfazione di vedere il risultato finito, con denti belli e funzionali, può far pensare che il lavoro sia concluso. In realtà, è proprio in quel momento che inizia la fase più delicata: quella del mantenimento. «Il rapporto con il paziente non si chiude con la consegna della protesi definitiva», spiega il dottor Andrea Ormellese, odontoiatra del Centro Medico Varedo, prossima apertura in via Italia 18 a Varedo. «Quello è il momento in cui comincia la parte più importante: assicurarsi che il lavoro fatto duri nel tempo». Una riflessione che il suo collega, il dottor Gianluca Santoni, condivide pienamente: «Un impianto o una protesi ben mantenuti possono durare decenni. Ma senza un’adeguata igiene professionale e controlli regolari, anche il lavoro più preciso rischia di essere compromesso».

Il nemico silenzioso: il biofilm batterico

Al centro di quasi tutte le patologie orali – e dei rischi che insidiano il lavoro riabilitativo – c’è un protagonista spesso invisibile: il biofilm batterico. Si tratta di una comunità di microrganismi che aderisce alle superfici dei denti, delle protesi e degli impianti, formando uno strato sottile ma estremamente resistente. Questo film è composto da batteri avvolti in una matrice di sostanze polimeriche extracellulari — proteine, polisaccaridi, DNA — che li protegge dall’azione degli spazzolini e dei collutori domestici. Se lasciato proliferare, il biofilm è all’origine di carie, gengiviti e parodontiti. Ma nei pazienti che hanno già subito una riabilitazione con impianti, il rischio si chiama perimplantite: un’infiammazione dei tessuti che circondano l’impianto, capace di comprometterne progressivamente l’integrazione con l’osso. «La perimplantite è una delle complicanze più serie in implantologia», sottolinea il dottor Santoni. «Si sviluppa in modo silenzioso, spesso senza dolore, e quando il paziente se ne accorge il danno può essere già significativo. La prevenzione, attraverso sedute di igiene professionale pianificate con il dentista, è l’unico strumento davvero efficace».

Igiene professionale come parte del trattamento

Uno degli errori più comuni è considerare le sedute di igiene professionale come qualcosa di separato dal percorso di cura, quasi un servizio accessorio. Per chi ha ricevuto impianti o protesi a seguito di carie o parodontite, al contrario, l’igiene professionale è parte integrante del piano terapeutico: una fase che il dentista pianifica con la stessa attenzione riservata all’intervento stesso.

«Il piano di richiami – che può essere ogni tre, quattro o sei mesi a seconda del profilo di rischio – viene stabilito dal dentista in base alle condizioni individuali. Non è lo stesso per tutti, e non è negoziabile: saltare queste sedute significa esporre il proprio impianto a rischi concreti». Seguire il piano con regolarità, invece, permette di intercettare precocemente eventuali problemi, rimuovere il biofilm nelle zone difficilmente raggiungibili con l’igiene domiciliare e proteggere sia i tessuti naturali residui che quelli artificiali.

La GBT: igiene professionale di nuova generazione

Per rendere queste sedute ancora più efficaci e confortevoli, i dottori Santoni e Ormellese si avvalgono della Guided Biofilm Therapy, conosciuta con l’acronimo GBT. Si tratta di un protocollo clinico innovativo, sviluppato per sostituire i metodi tradizionali come la detartrasi classica con un approccio più preciso, selettivo e meno invasivo. «Ogni seduta inizia con una diagnosi accurata dello stato di salute dentale e parodontale: l’igienista valuta i tessuti, esegue lo screening parodontale e individua le aree a rischio. Solo dopo si passa all’azione, in modo mirato». Un elemento caratterizzante del protocollo è l’uso di un colorante rilevatore di placca, che rende visibile il biofilm altrimenti invisibile a occhio nudo. «Questo passaggio — il “Guided” del nome — ha un doppio valore», spiega il dottor Ormellese. «Da un lato permette all’igienista di intervenire esattamente dove serve, senza trattare aree già pulite. Dall’altro è un momento educativo prezioso: il paziente vede con i propri occhi dove si accumulano i batteri e capisce come migliorare la sua igiene domiciliare». La fase attiva del trattamento si avvale del dispositivo AirFlow Prophylaxis Master, che utilizza un getto di acqua tiepida e polvere di eritritolo per rimuovere biofilm e macchie in modo del tutto atraumatico. Dove necessario, un ablatore professionale con punte sottili elimina i residui di tartaro in modo minimamente invasivo, sia sopra che sotto il margine gengivale. «Il risultato è una pulizia profonda e completa, senza il dolore e il fastidio tipici della detartrasi tradizionale», sottolinea Ormellese. «I pazienti, soprattutto quelli con denti sensibili o con gengive reattive, apprezzano enormemente la differenza».

Al termine della seduta, un controllo finale verifica la completa rimozione del biofilm e individua eventuali anomalie come demineralizzazioni o erosioni precoci, spesso trattabili se intercettate in tempo.

Un alleato in più per chi ha impianti

Per i pazienti con protesi implanto-supportate, la GBT rappresenta uno strumento particolarmente prezioso. Gli impianti, diversamente dai denti naturali, non hanno le stesse difese biologiche contro le aggressioni batteriche, e le loro superfici — spesso microporose — possono ospitare il biofilm in modo difficilmente raggiungibile con i metodi classici. «La tecnologia AIRFLOW® è ideale proprio in questi casi», spiega Santoni. «Rimuove efficacemente il biofilm attorno agli impianti senza rischiare di danneggiarne la superficie, cosa che invece può accadere con gli strumenti metallici tradizionali».
Per informazioni e prime visite, il Centro Medico Varedo aprirà presto i battenti in via Italia 18 (tel. 0362.554266).