A Cesano Maderno l’ultima “impresa” di Federico Ravagnati, 48enne riparatore di flipper e jukebox: ha rimesso a nuovo un Ami Continental 2, statunitense, che risale al 1962.
Restaurato un jukeboxe del 1962
“È il Sacro Graal dei jukebox, il meglio del design”, spiega il restauratore, che ha scoperto una vera passione ormai qualche anno fa. Ci sono voluti pochi mesi per riportarlo alla gloria di un tempo: “Il modello è unico nel suo genere. La cartelliera con i titoli di 100 dischi a 45 giri assomiglia all’antenna di un radar e la vetrina, semisferica, è a forma di oblò spaziale, una vera fantascienza su rotelle. È vero che suonava i Beach Boys, ma ha anche un tocco di made in Italy. Infatti, il modello è stato realizzato da una nota azienda torinese specializzata nella meccanica di precisione, su concessione di una delle più importanti ditte statunitensi, che già allora dava in licenza i suoi famosi jukebox in tutta Europa”.
Riparatore e “flippato”
Federico Ravagnati (accanto) nasce più di vent’anni fa come restauratore di “pinball”, il flipper elettromeccanico che ha creato una generazione di “flippati”, come si definisce anche lui, appassionati e giocatori cresciuti con le mani sui pulsanti destro e sinistro di un cabinato. “È un mercato ancora vivace quello dei flipper”, afferma Federico, che nella vita ne ha visti tanti, partendo dal primo, che aveva ricevuto come regalo da bambino: uno “Space Invader”. Il cliente-tipo dei jukebox, invece, è sempre più raro: “Sta addirittura sparendo. Chi aveva i jukebox negli anni Sessanta, oggi ha in media 77 anni: se è un nostalgico appassionato, può anche volersi tenere un modello in casa. Ma non lo regalerebbe mai al nipotino, come invece i miei genitori fecero con il flipper. Quello tuttora affascina, perché è un gioco, alla fine”.
Il ricordo del papà Virginio
Nelle sue opere, Federico aggiunge un po’ del suo, perché in ogni riparazione o restauro mette il ricordo del papà Virginio, che era falegname e aveva il naso negli affari. “Mio padre vendeva mobili, da lui e da mia mamma, che lavorava con i numeri, ho imparato tanto. Bisogna essere onesti, se freghi la gente non lavori più. Devo ringraziare i miei genitori per avermi insegnato questo. Papà si accorgeva che alla vista di un flipper mi si illuminavano gli occhi già da ragazzo. So che era fiero di me, anche se non me l’ha mai detto”.