Fede

Mariachiara, Paolo e Alberto: la gioia di tre nuove vocazioni

Le storie di tre giovani, due di Concorezzo e uno di Villasanta, che hanno intrapreso il cammino verso l'ordinazione.

Mariachiara, Paolo e Alberto: la gioia di tre nuove vocazioni

Un momento di grazia e di festa per l’intera comunità parrocchiale di Concorezzo, che si conferma ancora una volta un vero e proprio “serbatoio” di vocazioni sacerdotali e religiose.

Due vocazioni a Concorezzo

Nel solco di una antica tradizione che ha visto nascere e maturare tantissime vocazioni all’ombra dell’oratorio San Luigi, arrivano ora due distinte notizie che riempiono di speranza la vita del paese. Due giovani parrocchiani hanno infatti intrapreso ufficialmente un percorso di verifica e discernimento vocazionale: si tratta della ventisettenne Mariachiara Andreoni e del ventiduenne Paolo Brambilla.

A dare il lieto annuncio a tutti i fedeli è stato don Luca Valenti, responsabile della Pastorale giovanile cittadina:

“In questa domenica, la nostra Comunità Parrocchiale riceve un grande dono dal Signore, un dono che infonde speranza e gioia. Dopo un tempo di discernimento spirituale, di lunga maturazione umana e di fede, Mariachiara e Paolo hanno deciso di intraprendere un cammino per verificare, in modo più approfondito e adeguato, la loro vocazione”.

Paolo Brambilla

Per Paolo Brambilla, 22 anni, l’ingresso ufficiale nel Seminario Arcivescovile di Milano, con sede a Venegono Inferiore, è avvenuto lo scorso martedì 15 settembre, dove muoverà i primi passi verso il sacerdozio. Particolarmente toccante è anche la scelta di Mariachiara Andreoni, 27 anni, figura ben nota in città per la sua attività e per la propria famiglia (è la figlia di Guido Andreoni, segretario locale del Partito Democratico).

Mariachiara Andreoni

Mariachiara si trova ora a Torino, presso la Piccola Casa della Divina Provvidenza delle Suore del Cottolengo, ordine caritativo storicamente dedito alla cura e al sostegno degli ultimi, degli anziani e delle persone fragili.
Una vocazione, quella della 27enne concorezzese, cresciuta sul solco dell’attenzione al prossimo e al sociale: Mariachiara lavorava infatti a Milano per una cooperativa sociale impegnata nella tutela dei minori e dell’assistenza a disabili molto gravi, oltre a ricoprire il ruolo di consigliera nell’associazione di volontariato Sant’Eugenio in qualità di delegata per lo Sfa (Servizio di Formazione all’Autonomia) “Casa Stella”.

Mariachiara Andreoni e Paolo Brambilla

“Accogliamo con gioia questa loro intuizione di una chiamata a servire, con cuore indiviso, Cristo e la Sua Chiesa – ha concluso don Luca Valenti rivolgendo un pensiero d’affetto ai due giovani e ai loro familiari – Desideriamo accompagnarli con la preghiera e l’amicizia. Cari Paolo e Mariachiara, siate certi che comincia un cammino bello, nel quale sperimenterete la gioia dell’amicizia con Gesù, il Suo amore e la Sua fedeltà. Fidatevi di Dio, anche quando tutto sembra difficile: Lui non vi abbandonerà, ma sempre riempirà il vostro cuore della Sua Pace”.

Un’altra vocazione a Villasanta

Un altro passo di fondamentale importanza spirituale e umana ha mosso e commosso anche l’intera comunità pastorale Madonna dell’Aiuto di Villasanta. Il giovane Alberto Mascio ha fatto il suo ingresso ufficiale nel Seminario Arcivescovile di Milano a Venegono Inferiore, avviando un periodo di discernimento vocazionale per verificare la chiamata al sacerdozio diocesano.
Volto noto e stimato in paese per la sua costante presenza in oratorio e in parrocchia – dove ha ricoperto ruoli da educatore dei preadolescenti, membro del Consiglio Pastorale e collaboratore della sacrestia –  Alberto fino a poco tempo fa lavorava come dipendente comunale a Vimercate all’interno della Direzione del Personale. Un’attività lavorativa che ha sempre condotto affiancandovi un appassionato servizio per i giovani e la comunità, seguito e sostenuto nel suo percorso spirituale dal vicario parrocchiale don Simone Sanvito.

Alberto Mascio

Il commento

In un’epoca in cui le notizie sulle nostre comunità pastorali si misurano quasi esclusivamente sui bilanci in rosso o sul progressivo accorpamento delle messe per mancanza di sacerdoti (e talvolta di fedeli), quanto accaduto negli ultimi mesi a Concorezzo e Villasanta ha l’effetto di un cortocircuito. Tre vocazioni fiorite quasi contemporaneamente: percorsi diversi che portano tutti sotto la stessa croce. Paolo e Alberto, poco più che ventenni, hanno varcato la soglia del seminario di Venegono e Mariachiara ha scelto la radicalità del servizio tra gli ultimi, entrando tra le suore del Cottolengo. Tre storie diverse, tre volti puliti della nostra Brianza, ancora attaccata ad una fede di tradizione, tre percorsi di fede che hanno deciso di remare in direzione ostinata e contraria rispetto alla corrente del nostro tempo. Per anni ci siamo abituati a raccontare la secolarizzazione come un dato contabile ineluttabile. Le chiese che si svuotano, gli oratori che faticano a ritrovare un’identità dopo la rivoluzione digitale, una generazione Z raccontata spesso come liquida, disincantata o del tutto indifferente alla dimensione del sacro. Poi, all’improvviso, tre ragazzi della porta accanto decidono che la misura del mondo non basta più. Viene da chiedersi: cosa sta succedendo davvero sotto la superficie della nostra quotidianità comunitaria? È solo una casuale concentrazione statistica, una meteora pastorale, o siamo di fronte alla spia di un’inversione di tendenza più profonda? C’è un filo invisibile che unisce le ultime generazioni di credenti a figure come quella del beato Carlo Acutis. Il ragazzo in jeans e felpa, con la passione per la programmazione informatica e l’Eucarestia definita come la sua «autostrada per il Cielo», ha cambiato le regole del gioco. Acutis ha dimostrato che la santità e la scelta di fede non richiedono la fuga dal mondo moderno, ma una sua rilettura radicale. Non è da escludere che il suo esempio, così vicino nei modi e nel linguaggio, abbia fatto da catalizzatore, abbattendo quel muro di invisibilità che spesso separa i giovanissimi dalla vita della Chiesa. Ma forse c’è qualcosa di ancora più radicale. La scelta di questi tre ragazzi intercetta un bisogno sotterraneo di senso che la società dei consumi e delle prestazioni ad ogni costo non riesce più a soddisfare. In un tempo saturo di connessioni ma povero di relazioni autentiche, dove la realizzazione personale viene costantemente misurata sull’estetica, sulla carriera o sui follower, la vocazione torna ad apparire per quello che è sempre stata: una forma di libertà scandalosa. Scegliere l’abito talare o l’abbraccio ai soffrenti e agli ultimi non è un rifugio nella tradizione, ma un atto di rivoluzione esistenziale. Non sappiamo se queste tre scelte rimarranno un fatto isolato o se rappresentino il primo germoglio di una nuova primavera vocazionale nei nostri territori. Ciò che è certo è che pongono una domanda provocatoria a tutti, credenti e laici: di che cosa hanno davvero fame i nostri giovani quando spegniamo i riflettori delle nostre aspettative? La risposta, forse, si trova proprio nel silenzio e nella radicalità di quei tre «sì» pronunciati a pochi chilometri di distanza.