Cinquant’anni di accoglienza e tutela dei minori, attraverso un’esperienza capace di evolversi insieme ai cambiamenti della società e alle nuove fragilità. Giovedì 29 ottobre il Centro Mamma Rita di Monza ha ospitato Nuove Rotte – La genitorialità conquistata e la sfida dei minori non accompagnati, il convegno organizzato dalla struttura di via Lario gestita dalle Minime Oblate del Cuore Immacolato di Maria, in collaborazione con Vero Volley.
Un’occasione di confronto che ha coinvolto istituzioni, professionisti e realtà impegnate quotidianamente nel sostegno ai minori e alle famiglie in situazioni di fragilità.
La tutela dei minori
Perno della rete di tutela è il Tribunale per i Minorenni di Milano, il cui funzionamento e le cui competenze sono stati illustrati dalla presidente, la dottoressa Paola Ortolan, ospite dell’incontro.
«Il territorio di competenza è tanto vasto quanto complesso dal punto di vista della composizione sociale», ha esordito, sottolineando come sia il primo in Italia per numero di minori residenti. A questi si aggiungono i giovani stranieri under 18 non residenti e i ragazzi provenienti da altre regioni. A fronte di un bacino tanto esteso, le risorse disponibili restano limitate. Il Tribunale esercita infatti la propria giurisdizione su un territorio che si estende dall’ultimo Comune della provincia di Sondrio fino all’Oltrepò Pavese, potendo contare su 17 giudici togati, oltre alla presidente. A loro si affiancano 72 giudici onorari provenienti da diversi ambiti professionali: psicologi, pedagogisti, assistenti sociali, medici e psichiatri, che contribuiscono alla valutazione delle situazioni e affiancano i giudici togati nei procedimenti a tutela dei minori. Il Tribunale è una delle prime istituzioni chiamate a intervenire quando emergono situazioni di emergenza, spesso legate a eventi che richiedono risposte rapide e un importante sforzo organizzativo.
«Siamo anche l’Autorità giudiziaria che per prima incontra le emergenze», ha spiegato la presidente Ortolan, ricordando quanto accaduto con lo scoppio della guerra in Ucraina. «Nel giro di 15 giorni abbiamo iscritto 950 tutele di bambini fuggiti dal conflitto e alloggiati nei Comuni del territorio». Numeri eccezionali hanno interessato anche il periodo compreso tra il 2022 e il 2023, quando il Tribunale ha dovuto affrontare l’aumento dei procedimenti legati agli sbarchi: 1.700 iscrizioni in un anno, a fronte delle 900 registrate in quello precedente. Un impegno che riguarda anche i casi di violenza di genere e i femminicidi, quando è necessario intervenire tempestivamente per tutelare i figli delle vittime. «Siamo coloro che per primi rispondono in caso di femminicidio. Ci occupiamo dei bambini nei casi di violenza di genere, intervenendo nel giro di 48 ore», ha precisato la presidente.
La necessità di garantire risposte immediate richiede una disponibilità costante da parte dei magistrati, chiamati a intervenire anche al di fuori dell’ordinaria organizzazione del lavoro. La presidente ha ricordato, a questo proposito, i disordini verificatisi a Milano a metà ottobre, quando si sono registrati 36 arresti. «I gip sono cinque e in quel caso c’è stata una vera e propria chiamata al volontariato puro», ha osservato.
La tutela comincia dalla comunità
Al di là dell’attività giudiziaria, la presidente ha voluto richiamare l’attenzione su un principio fondamentale: la protezione dei minori non può essere affidata esclusivamente ai tribunali, ma deve poggiare su una rete territoriale capace di riconoscere tempestivamente i bisogni e accompagnare le persone nei percorsi di sostegno. «Il Tribunale non è altro che un frammento di un’ampia rete di tutela dei minori che comincia sul territorio, con i punti di raccolta delle segnalazioni. La tutela del minore comincia ben prima dell’intervento del giudice. È la comunità che deve promuoverla».
Un percorso che non si esaurisce con l’intervento dell’autorità giudiziaria, ma prosegue attraverso l’accompagnamento verso progetti di autonomia e il coinvolgimento dei servizi territoriali. In questo processo, il fattore tempo è determinante, così come lo è la collaborazione tra tutti i soggetti della rete. «Il fattore tempo è cruciale, così come è determinante il lavoro di tutta la rete, a partire dai servizi territoriali che però soffrono di un forte ridimensionamento e di una non sufficiente erogazione di finanziamenti, con una presenza di assistenti sociali che va via via assottigliandosi», ha evidenziato. La presidente ha quindi richiamato l’attenzione sull’evoluzione delle dinamiche familiari e sociali, che rende sempre più complesso individuare risposte adeguate alle situazioni di fragilità. L’Italia, ha spiegato, è il Paese europeo in cui i minori vengono allontanati meno frequentemente dal nucleo familiare, anche se la tendenza sta cambiando.
Tra i fattori che contribuiscono a questa trasformazione vi è anche il progressivo indebolimento delle reti familiari allargate, che in passato rappresentavano una risorsa importante per la cura dei bambini. «Fino a qualche decennio fa la famiglia allargata costituiva un fattore importante: le nonne si potevano prendere cura dei nipoti allontanati dai genitori. Ora che le donne lavorano sempre più a lungo, anche oltre i 70 anni, tale dinamica sta venendo meno. Senza tralasciare il fatto che le famiglie sono sempre più sole», ha concluso.
Un porto aperto alle nuove fragilità
A riportare il discorso sull’esperienza concreta dell’accoglienza è stata sorella Patrizia Pirioni, responsabile pedagogica del Centro Mamma Rita, che ha proposto una riflessione sul significato stesso dell’accogliere. «Le parole “porto” e “porta” hanno la medesima etimologia. Rappresentano, per loro natura, l’accoglienza. Il porto è un luogo dinamico che non rappresenta una meta, bensì una possibilità».
Un’immagine che racchiude il senso di un’esperienza iniziata oltre sessant’anni fa e che, nel tempo, ha saputo adattarsi ai bisogni emergenti, aprendosi a minori provenienti da contesti sempre diversi. Il Centro Mamma Rita ha iniziato ad accogliere minori stranieri nel 1976, quando la struttura era attiva da appena quattordici anni. Da allora, l’esperienza si è trasformata profondamente, seguendo i cambiamenti dello scenario internazionale e le conseguenze dei conflitti sulle vite dei più piccoli. «Le guerre e i conflitti hanno fatto sì che la struttura di via Lario aprisse le porte a bambini e ragazzi di provenienza diversa, ognuno con la propria storia», ha ricordato. Un’evoluzione che ha portato il Centro ad ampliare progressivamente il proprio impegno. Nel 1992, con l’arrivo dei profughi provenienti dalla Bosnia, è iniziata anche l’accoglienza delle mamme con i loro bambini: un percorso che prosegue ormai da oltre trent’anni.