Accessibilità

Arengario, la reazione della cultura: “Referendum”

Ettore Radice, storico e voce della cultura cittadina è tranchant: «Se questa è l’idea, meglio non sia accessibile»

Arengario, la reazione della cultura: “Referendum”

Una sorpresa diventata rapidamente preoccupazione, fino a trasformarsi in una presa di posizione chiara: così com’è concepito, il progetto sull’Arengario di Monza non convince molte delle associazioni culturali monzesi e rischia di danneggiare uno dei simboli più identitari della città.

La voce della cultura è critica

Tanto che lo storico Ettore Radice, presidente di Mnemosyne, arriva a una conclusione netta: meglio lasciarlo inaccessibile, piuttosto che intervenire in modo così invasivo.
Radice parla a nome di un fronte ampio di realtà culturali che, dopo aver preso visione delle soluzioni ipotizzate, esprimono forte scetticismo. Nel mirino finiscono sia l’intervento «esterno», giudicato estraneo al contesto storico e paesaggistico, sia quello «interno», ritenuto meno impattante ma comunque lesivo dell’equilibrio architettonico dell’edificio («Oltre al fatto che bucherebbe un pavimento antico», ribadisce Radice).
In particolare, viene contestata l’idea di intervenire su via Vittorio Emanuele, andando a compromettere un assetto urbano costruito con precisione filologica nell’Ottocento e ancora oggi fortemente connotativo per l’immagine della città.«Non si tratta solo di accessibilità – spiega Radice – ma di rispetto per la storia e per il paesaggio urbano». Un principio che, secondo le associazioni, dovrebbe guidare ogni scelta su un monumento di fine Duecento come l’Arengario.«Non tutti gli edifici storici possono essere adattati a ogni funzione contemporanea senza pagarne il prezzo in termini di autenticità».

Mobilitazione per il referendum

Da qui l’ipotesi di una mobilitazione pubblica. Le associazioni chiedono che venga valutato anche lo strumento del referendum, per consentire ai monzesi di esprimersi su un progetto che incide direttamente sull’identità del centro storico.
La protesta del mondo associativo ricorda quella avvenuto anni fa con il progetto dei chiosconi, quando una forte reazione cittadina portò all’abbandono di un intervento ritenuto dannoso per il cuore della città.
«Allora la città seppe farsi sentire – ricorda Radice – e quel progetto finì in un cassetto. Oggi siamo di fronte a un’operazione che non è da meno per impatto». Per questo, avvertono le associazioni, la battaglia è solo all’inizio. E se l’alternativa è tra un Arengario snaturato e un Arengario non completamente accessibile, la scelta – per loro – non lascia spazio a dubbi. «Non per forza tutti gli edifici storici devono diventare accessibili, si può non usare l’Arengario per delle mostre, di sale ne abbiamo tante altre».