Allo spazio stendhal

“C’è chi disse no”, in un docufilm la resistenza dei militari italiani internati

Un'iniziativa del Comune con Anpi e A.N.E.I. (Associazione nazionale ex internati). Sarà proiettato mercoledì 28 gennaio alle 21.

“C’è chi disse no”, in un docufilm la resistenza dei militari italiani internati

Per la Giornata della Memoria, in un docufilm che sarà proiettato a Desio, in Sala Stendhal, la resistenza dei militari italiani internati. Un’iniziativa del Comune e Anpi con A.N.E.I. (Associazione nazionale ex internati). Ingresso libero con prenotazione a www.villeaperte.info/It/visita/eventi/

Il docufilm “C’è chi disse no” allo Spazio Stendhal

“C’è chi disse no – la resistenza degli internati militari italiani”, è il titolo del docufilm che mercoledì,  28 gennaio, alle 21, sarà proiettato allo Spazio Stendhal in via Lampugnani 62, con la partecipazione di Marco Brando, presidente ANEI Milano. La regia e sceneggiatura sono  di Marialuisa Miraglia,  soggetto di Marco Brando,  voce narrante Gioele Dix . Questa la presentazione:

Nel settembre del 1943, oltre 650.000 militari italiani catturati dai tedeschi rifiutarono di collaborare con il nazifascismo. Per questa scelta pagarono un prezzo altissimo: quasi due anni nei lager del Reich, tra freddo, fame e lavoro forzato. Chi riuscì a tornare fu segnato per sempre. La storia di questa forma di Resistenza silenziosa, condotta senza armi con straordinario coraggio, rivive nei ricordi di alcuni celebri internati militari, come Giovannino Guareschi, Maro Rigoni Stern, Giannico Tedeschi, Luciano Salce; nelle parole di Giuseppe Pagnoni, ex soldato milanese oggi 101enne; e nelle opere d’arte realizzate in segreto nei campi dal tenente romano Gino Spalmach.

Gli Internati militari italiani

Gli IMI, cioè gli Internati Militari Italiani, costituiscono quella parte cospicua dell’esercito italiano, che, disarmata dai tedeschi dopo l’abbandono da parte degli alti comandi negli eventi successivi alla proclamazione dell’armistizio con gli anglo-americani l’8 settembre 1943, venne deportata, per mezzo dei carri bestiame, anche con false promesse di ritorno a casa, nei Lager del Terzo Reich. Considerati traditori, perché usciti dall’alleanza con i tedeschi, subirono il trattamento riservato agli appartenenti agli ultimi gradini della gerarchia razziale nazista, appena sopra a quello dei russi, che seguivano gli ebrei. Circa 810mila finirono nei Lager e a tutti venne proposto di scegliere tra combattere a fianco dei tedeschi, lavorare per il Reich o restare prigionieri. Più di 700mila scelsero la prigionia, rifiutando la collaborazione e dopo il primo inverno, trascorso in condizioni di difficile sopravvivenza a causa del freddo, della fame e del trattamento inumano subito, ancora più di 600mila resistettero fino alla liberazione, al termine della guerra.

Il modulo di adesione e il rifiuto

Questo il modulo di adesione rifiutato dalla stragrande maggioranza dei militari italiani:
” Aderisco all’idea repubblicana dell’Italia repubblicana fascista e mi dichiaro volontariamente pronto a combattere con le armi nel costituendo nuovo Esercito Italiano del Duce, senza riserve, anche sotto il Comando Supremo tedesco contro il comune nemico dell’Italia repubblicana fascista e del Grande Reich Germanico”.
“NO”

La scelta della prigionia e la resistenza

Questa scelta volontaria della prigionia è la caratteristica peculiare della resistenza attuata dagli Internati militari italiani. Una Resistenza senz’armi che si affianca a quella combattuta in armi dai partigiani. È il primo libero referendum dopo vent’anni di dittatura. Un progressivo e sempre più convinto rifiuto del nazi-fascismo, attuato nella consapevolezza che scegliere la prigionia voleva dire non tornare a casa e rischiare anche la morte. 50mila pagheranno con la vita questa scelta.
Hitler, poiché non poteva ammettere che vi fossero dei militari prigionieri di uno stato alleato (la Germania riconosceva solo la Repubblica Sociale Italiana), dal 20 settembre 1943 ordinò di cambiare il loro status di Prigionieri di guerra in Internati militari, condizione che avrebbe dovuto costituire un miglioramento della loro situazione, quasi fossero militari in attesa di adesione al nazifascismo, che per la stragrande maggioranza non arrivò mai.
In realtà il cambiamento di status li sottrasse alla tutela della Croce Rossa Internazionale, privandoli di qualsiasi forma di assistenza (cibo, medicinali), che avrebbe dovuto essere garantita dalla RSI, ma che non funzionò quasi per niente, rendendoli, di fatto, schiavi nelle mani di Hitler per il lavoro coatto a favore dello sforzo bellico tedesco, in dispregio della Convenzione internazionale di Ginevra del 1929.
Dopo il rifiuto di continuare a combattere, che contribuì non poco ad accorciare i tempi della guerra, quanto meno in Italia, soldati e sottufficiali vennero avviati al lavoro, mentre, nei primi mesi, l’obbligo non fu imposto ai circa 30mila ufficiali, dai quali si cercò di ottenere, grazie al ricatto della fame e dei disagi ambientali, l’adesione volontaria al lavoro.