Nella sala d’attesa del suo studio odontoiatrico della centralissima via Cortelonga, nel cuore pulsante di Monza, il rombo dei jet che solcano i cieli del Medio Oriente sembra lontano, eppure è drammaticamente vicino nei pensieri di Kasra Khairkhahan. 63 anni, stimato odontoiatra con radici profonde tra Monza e Arcore, Khairkhahan osserva il conflitto che incendia la sua terra d’origine, dove è nato e crescito, con l’occhio clinico del professionista e il cuore pesante di chi ha lasciato a Teheran affetti e ricordi, in particolare l’anziana madre.
Gli studi in Turchia e l’approdo in Italia
Figlio di un colonnello dell’epoca dello Scià, Khairkhahan incarna la storia di una diaspora intellettuale: «Volevo fare il medico fin da piccolo, ma non potevo studiare a Teheran», racconta. Una determinazione che a 19 anni lo ha spinto in Turchia e, nel 1990, lo ha portato a scegliere la Brianza come nuova casa. Oggi, dopo 35 anni di carriera, la sua analisi sull’offensiva a guida statunitense è netta e priva di sconti.
Secondo il dottor Khairkhahan, l’Amministrazione Trump ha commesso un errore di valutazione strategica colossale nel conflitto iniziato un paio di settimane fa. «L’Iran si prepara a un attacco da decenni», spiega il medico.
“Hanno costruito bunker e gallerie a tre chilometri di profondità, scavate nella roccia. È un territorio ostico, difficile da scardinare. Temo che Trump non abbia studiato bene la morfologia del Paese o sia stato consigliato male”.
“Errori di valutazione da parte di Trump”
Pur dichiarandosi apertamente dalla parte degli Stati Uniti, l’odontoiatra definisce l’attacco «inutile» sotto il profilo militare e disastroso sotto quello umano. Il riferimento è alla tragedia della scuola di Minab, dove oltre 150 vittime, in gran parte bambine, hanno perso la vita nel primo giorno di raid.
«È stato il frutto di un errore imperdonabile: dati di targeting vecchi. L’intelligenza artificiale ha lavorato su informazioni non aggiornate. Non si possono commettere sviste simili quando in gioco ci sono vite innocenti e, soprattutto, quando si cerca, attraverso un conflitto armato, di convincere, a livello psicologico, il popolo iraniano a ribellarsi alla dittatura. La democrazia non è sempre esportabile purtroppo».
La psicologia del popolo: da «cattivo» a «martire»
“Il popolo iraniano non accetta ingerenze esterne”
Ma l’errore più grave, secondo Khairkhahan, è quello psicologico. Un popolo con una storia millenaria non accetta l’ingerenza esterna, indipendentemente dal giudizio sul proprio governo.
“Il popolo iraniano è colto, non è gente ignorante. In anni e anni di storia abbiamo sfornato tantissimi cervelli in fuga che poi sono andati a lavorare in tutto il mondo. Con loro si può e si deve discutere”, sottolinea il dottore. Il risultato dell’attacco è stato l’esatto opposto di quanto sperato dagli Usa: la coesione attorno alle figure di potere.
Khairkhahan cita l’esempio di Mojtaba Khamenei, figlio della Guida Suprema Ali Khamenei. «Anni fa il padre cercò di trasformare l’Iran in una monarchia religiosa per favorire la successione del figlio, ma la gente si ribellò. Oggi, paradossalmente, dopo i raid di Trump, Mojtaba è diventato quasi un martire agli occhi della popolazione. Da figura contestata è diventato un simbolo di resistenza. Trump ha fatto la classica “americanata” e ora dovrà trovare una exit strategy per non fare brutta figura».
Il suo legame con l’Iran
Il legame con l’Iran rimane una ferita aperta. L’ultima volta che Khairkhahan è tornato in patria è stato nel 2008 per il matrimonio di un cugino. Ricorda un Paese che, nonostante tutto, cominciava a mostrare segnali di benessere economico. Oggi, i suoi pensieri volano alla madre ottantenne, che vive ancora in Iran, seppur in una zona periferica meno esposta ai bombardamenti. Ma la preoccupazione del medico valica i confini mediorientali e arriva fino alle nostre strade: “Il vero problema per noi, ora, è il rischio di attacchi terroristici. Le conseguenze di questa gestione superficiale del conflitto potrebbero ricadere su tutti noi”.