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I detenuti vogliono studiare in carcere, la politica si attiva

La visita in carcere ha visto prendere un impegno chiaro alla politica: «Due detenuti ci hanno espresso il desiderio di continuare a studiare. Una richiesta del genere non può restare inascoltata»

I detenuti vogliono studiare in carcere, la politica si attiva

Non solo una visita istituzionale, ma un passaggio che apre una riflessione concreta sul diritto allo studio in carcere a Monza.

Visita in carcere

È questo il segno più significativo lasciato dalla visita che una delegazione del Consiglio comunale di Monza ha compiuto al carcere di via Sanquirico, accolta dalla direttrice Cosima Buccoliero.
Su richiesta della prima Commissione consiliare, guidata da Ilaria Guffanti, i consiglieri hanno potuto conoscere da vicino una realtà che oggi vive una forte pressione: a fronte di una capienza regolamentare di 410 posti, sono circa 670 le persone detenute (e negli ultimi tempi sono pure diminuite). Nel frattempo l’istituto sta portando avanti un programma di riqualificazione e sanificazione di tutte le sezioni, effettuato a rotazione, per migliorare le condizioni strutturali e igienico-sanitarie nonostante il sovraffollamento. Ma il dato politicamente più rilevante emerso dalla visita riguarda lo studio.
A raccontarlo è Massimiliano Longo, consigliere comunale presente all’incontro: «Due detenuti ci hanno espresso il desiderio di continuare a studiare. Una richiesta del genere non può restare inascoltata». Longo precisa: «Per le scuole elementari, medie e per i corsi universitari non ci sono particolari problemi, ma oggi manca la possibilità di diplomarsi in carcere. Ho preso l’impegno di contattare il provveditore Elena Centemero e sono sicuro che, con la sua sensibilità, potremo trovare una soluzione».

L’impegno di Guffanti

Un impegno che trasforma una semplice visita in un atto politico concreto, capace di incidere sulla vita reale delle persone detenute e sul loro futuro una volta scontata la pena.

Anche la presidente della Commissione 1, Ilaria Guffanti, che ha organizzato l’evento, insiste sui limiti attuali dell’offerta formativa interna e sulla necessità di intervenire: «Oggi c’è solo il corso di falegnameria, ma il Mosè Bianchi non si può frequentare – osserva – e proprio per questo ci vogliamo impegnare per aiutarle queste persone in un diritto fondamentale come lo studio».

Parole che rafforzano il segnale politico emerso dalla visita: la formazione non come concessione, ma come strumento centrale di reinserimento sociale. Alla visita hanno preso parte anche la presidente del Consiglio comunale Cherubina Bertola, gli assessori Egidio Riva, Arianna Bettin e Andreina Fumagalli e il Garante dei detenuti Roberto Rampi.

Tra le problematiche segnalate oltre al sovraffollamento della struttura, anche l’uso di stupefacenti e la presenza di due gruppi distinti: gli stranieri  (che sono circa la metà) da un lato e gli italiani dall’altra, con scarse difficoltà di integrazione.

Intanto alcuni detenuti e il personale della Polizia penitenziaria hanno chiesto di ripetere l’iniziativa, per poter aggiornare nel tempo il confronto con le istituzioni cittadine.