La cerimonia

I giardini di via Edison intitolati a Sergio Ramelli: “Un dovere civico”

Alla cerimonia di Arcore erano presenti il sottosegretario Frassinetti e il presidente del Consiglio regionale Romani. Il sindaco Bono: "La memoria non appartiene a una parte, ma alla comunità"

I giardini di via Edison intitolati a Sergio Ramelli: “Un dovere civico”

Quello che si è svolto sabato mattina della scorsa settimana, all’angolo tra via Edison e via Golgi, ad Arcore,  non è stato soltanto un atto formale di toponomastica, ma un momento di profonda riflessione collettiva. La città di Arcore ha ufficialmente intitolato i giardini pubblici alla memoria di Sergio Ramelli, il giovane studente milanese ucciso nel 1975, vittima di una delle stagioni più buie e violente della storia repubblicana.

La cerimonia

Alla cerimonia, svoltasi in un clima di composto rispetto, hanno preso parte le massime autorità cittadine e importanti rappresentanti delle istituzioni. Accanto al sindaco Maurizio Bono, erano presenti l’onorevole Paola Frassinetti, sottosegretario all’Istruzione, e il presidente del Consiglio regionale della Lombardia, Federico Romani. Significativa anche la delegazione locale di Fratelli d’Italia, con in testa gli assessori arcoresi Luca Travascio e Lorenzo Belotti, che hanno sostenuto il percorso istituzionale che ha portato a questo riconoscimento. Tra gli assenti i consiglieri Giovanni Timpano, Fabio Varrecchia e l’anima meloniana Pino Tozzi.

La scelta di Arcore: memoria oltre le parti

L’intitolazione, come sottolineato durante gli interventi, non è nata come un gesto di parte, bensì come una decisione maturata nelle sedi democratiche del Comune per onorare una vittima dell’odio ideologico. Il sindaco Bono, nel suo discorso, ha voluto sgombrare il campo da ogni possibile strumentalizzazione politica, definendo l’atto come un «dovere civico».
«Oggi Arcore compie un gesto semplice solo in apparenza, ma in realtà molto profondo», ha esordito il primo cittadino davanti alle autorità e ai cittadini intervenuti. «Lo facciamo con la consapevolezza che la memoria, quando è autentica, non appartiene a una parte: appartiene alla coscienza civile di una comunità».
Bono ha poi ribadito con forza che l’obiettivo dell’amministrazione non è piantare una bandierina ideologica: «Questa scelta vuole sottrarre il ricordo alle tifoserie e restituirlo al suo significato più alto: civico, educativo, condivisibile. Non stiamo dicendo che una vita vale più di un’altra, ma che ogni vita spezzata dall’odio politico interroga la coscienza di tutti».

Un monito per le nuove generazioni

Il cuore della cerimonia è stato il richiamo ai giovani e al valore educativo dei luoghi pubblici. Sergio Ramelli, all’epoca dei fatti, era poco più che un ragazzo, «un giovane con idee, passioni e convinzioni», la cui fine tragica deve servire oggi da monito affinché il confronto democratico non scivoli mai più nella disumanizzazione dell’avversario.
Il sindaco ha poi toccato corde personali (la sua voce è stata più volte rotta dalla commozione) ricordando la sua giovinezza come figlio di un ufficiale dei Carabinieri durante gli «anni di piombo», un periodo segnato da un clima di terrore che entrava quotidianamente nelle case degli italiani. «Ricordo il telegiornale che quasi ogni giorno si apriva con la notizia di una morte», ha rammentato Bono.
«Non voglio che l’Italia torni mai più a quel tempo. Il confine da difendere non è quello tra destra e sinistra, ma quello tra civiltà e barbarie».

La responsabilità delle parole

Un passaggio cruciale del discorso è stato dedicato al linguaggio. Per il sindaco, l’odio non esplode improvvisamente con il gesto estremo, ma viene alimentato da parole che degradano e delegittimano l’altro. «L’odio comincia dal linguaggio. Comincia dalle parole che spogliano l’altro della sua dignità, che lo trasformano in un bersaglio invece che in una persona», ha avvertito, sottolineando la responsabilità delle istituzioni nel vigilare su questi segnali.

Una promessa per il futuro

La cerimonia si è conclusa con lo svelamento della targa, che da sabato campeggia all’ingresso dei giardini. Un segno permanente che affida alla città un messaggio di pacificazione e rispetto. L’impegno assunto dall’amministrazione è quello di fare della memoria uno strumento di educazione civile, affinché nessuna idea debba più essere pagata con il prezzo della vita. «A Sergio Ramelli oggi Arcore dedica questi giardini», ha concluso il sindaco, «ma nel farlo dedica anche a se stessa una promessa: che il confronto non degeneri mai in odio e che nessun ragazzo debba più pagare con la vita il prezzo delle proprie idee».