A Monza non si affittano stanze o appartamenti agli stranieri.
Il “muro” degli affitti
E’ ciò che emerge dalle esperienze di chi opera nel settore sociale e che in diverse occasioni ha visto la porta chiudersi in faccia a chi ha un colore diverso della pelle o un nome che indica la provenienza da un altro Paese. Ovviamente non si può fare di tutta l’erba un fascio, ma i casi riportati da coloro che abbiamo intervistato sono davvero parecchi. L’impressione dei testimoni (e degli stessi immigrati che hanno cercato un posto in cui vivere in città) è che ci siano pregiudizi e razzismo in molte, troppe situazioni. Ovviamente vengono compresi e scagionati i proprietari che, basandosi su casi analoghi, temono di dare in locazione un posto che potrebbe poi essere occupato o mal tenuto, ma resta il sentore che la diffidenza aumenti nei confronti degli stranieri. Una situazione che porta a un clima di illegalità con connazionali o altri immigrati che sfruttano coloro che cercano dove vivere e che finiscono col pagare anche 300 euro un misero posto letto, con il bagno condiviso con parecchi coinquilini.
Se sei straniero la casa resta vuota
Il quadro che emerge dalle interviste è desolante, anche nei confronti di chi è regolare in Italia, ha un buon lavoro ed è disponibile a pagare anche mesi di affitto in anticipo. «In città c’è molto razzismo, è davvero difficile per uno straniero trovare casa – ha detto Renata Andolfi – Capita che prendano appuntamento per la visita del posto e appena il locatore lo vede gli dice: “E’ per te la camera? Allora no”, E il ragazzo si mette a piangere perché è evidente che viene mandato via solo per il colore della pelle. Si sa che a Monza ci sono soggetti dell’Est Europa o sudamericani che comprano degli appartamenti per sfruttare questa situazione e in 60 metri quadrati ci fanno stare otto persone con un bagno e un angolo cottura. Affittano posti per dormire a 300 euro al mese, in nero, e chi vive lì ha solo quello, mette la valigia sotto al letto mentre i proprietari intascano 2.400 euro. A volte gli danno la dichiarazione di ospitalità, un documento che viene consegnato in questura certificando così il domicilio».
La testimonianza
La monzese ha voluto aiutare due ragazzi di colore che non hanno trovato alternative: «Ho due figli che sono usciti di casa e nelle loro camere ospito due ragazzi africani di 23 e 24 anni facendogli pagare un contributo equo – ha proseguito – Mi hanno raccontato le difficoltà avute e stanno ancora cercando un posto in modo da essere indipendenti. E’ arduo per tutti trovare un appartamento a un prezzo accessibile e la situazione è peggiore per i migranti. Uno di loro lo seguivamo con il progetto Casa del pane, una piccola comunità di accoglienza per minori stranieri non accompagnati presso la casa parrocchiale di Regina Pacis, utile ad accompagnarli verso un percorso di progressiva autonomia. Così siamo rimasti in contatto e ho offerto a lui e al suo amico ospitalità».
“Cercano un’occasione di riscatto”
Ovviamente c’è l’altro lato della medaglia: «Capisco i proprietari – ha aggiunto la monzese – Non sono tutelati, non hanno garanzie di poter mandare via chi occupa una casa. Questi giovani però hanno difficoltà enormi per rinnovare i permessi di soggiorno anche se lavorano regolarmente. Il sistema burocratico e le linee politiche del Governo non favoriscono l’inserimento e l’accoglienza di questi ragazzi e quindi il rischio è che poi passino al lato oscuro e comincino a delinquere per restare. Una volta c’era il cartello “Non affittiamo ai meridionali” ora c’è quello (non fisico ovviamente) “Non affittiamo ai neri”. Era successo anche con gli albanesi: nessuno vuole i più poveri. Loro cercano solo un’occasione di riscatto, ma non gli viene data. L’Amministrazione ha provato in diversi modi con vari progetti a risolvere il problema degli affitti in città, ma non è facile e purtroppo il quadro resta desolante».