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L’azienda brianzola finita, per errore, nella lista nera della Cina

L'incredibile caso della Garnet, accusata di produrre componenti bellici, e quindi boicottata.

L’azienda brianzola finita, per errore, nella lista nera della Cina

“Cara Cina, noi con la difesa non c’entriamo nulla: toglieteci da quella lista nera”.

La Garnet finita, senza motivo, nella lista nera del governo cinese

Leopoldo Iurino, amministratore di Garnet Srl, l’azienda con 33 dipendenti con sede a Concorezzo, rompe il silenzio sulla stangata del Ministero del Commercio cinese. La sua azienda è stata infatti inserita tra le superpotenze militari europee.

Il titolare: “Siamo estranei situazione angosciante”

“Ma noi siamo completamente estranei e innocenti. Con il settore bellico o la produzione di materiale per la difesa non abbiamo nulla a che fare, eppure oggi ci troviamo inseriti in una lista di restrizione all’esportazione insieme ad aziende europee che producono carri armati. È una situazione angosciante, ma l’unica strada per uscirne e far capire la nostra posizione è la diplomazia”.

Ditta affermata nell’automazione e nella robotica

Fondata nel 1997, la ditta si è affermata come un vero fiore all’occhiello nell’automazione, nella robotica e nel motion control arrivando a fornire componentistica avanzata persino alle monoposto Red Bull di Formula 1, alle supercar elettriche e al settore dell’aeronautica commerciale e spaziale. Da oltre due mesi, tuttavia, la ditta concorezzese si trova al centro di un vero e proprio scontro geopolitico sull’asse Bruxelles-Pechino senza averne colpe.

La ritorsione del Ministero del Commercio cinese

La vicenda nasce a fine luglio 2026, quando il Ministero del Commercio cinese ha inserito 14 realtà dell’Unione Europea in un elenco di restrizione all’esportazione di materiali classificati da Pechino come dual-use (a duplice uso, civile e militare). Un provvedimento che si configura a tutti gli effetti come una ritorsione politica. Pochi giorni prima, infatti, la Comunità Europea aveva inserito in una lista di controllo 14 società cinesi, accusate di aver fornito supporto indiretto a imprese russe impegnate nel conflitto in Ucraina. La risposta di Pechino è arrivata a stretto giro, colpendo l’export verso le 14 aziende europee di componenti fondamentali come i magneti pesanti derivati dalle terre rare, mercato su cui la Cina detiene un quasi monopolio globale. Nell’elenco ministeriale cinese figurano soltanto due aziende italiane: il gruppo veneziano Lafert e, appunto, la Garnet Srl.

“Noi, scambiati per un produttore bellico”

Mentre nella lista nera di Pechino si trovano colossi della difesa e della produzione pesante come la tedesca Rheinmetall o la ceca Tatra Trucks, la presenza della ditta brianzola appare come un macroscopico abbaglio.

“Non abbiamo idea del perché sia toccato a noi. Paradossalmente, nell’elenco figurano superpotenze industriali e colossi che realizzano armamenti. Noi non produciamo materiale bellico in nessun modo. Non c’è stato alcun tipo di contestazione verso il nostro operato: si tratta di una decisione puramente politica”.

L’imprenditore formula un’ipotesi ben precisa su come la ditta possa essere finita nel mirino dei funzionari asiatici: «Forse sono risaliti al nostro nome perché la Lafert, l’altra società italiana finita in lista, è un nostro cliente. Ma noi a loro forniamo prodotti del tutto diversi dai magneti in terre rare. La nostra missione è chiara: continuare a crescere, innovare e rafforzare la nostra posizione nei settori dell’automazione, della robotica e del motion control”.

Produzione a rischio, ma la materia prima è stata diversificata

Le ripercussioni operative cominciano a farsi sentire anche nello stabilimento di via De Gasperi. L’impossibilità di ricevere liberamente i magneti di provenienza cinese ha causato inevitabili ritardi nelle consegne.

“Iniziamo ad avere difficoltà nell’approvvigionamento dei magneti che derivano dalle terre rare e abbiamo registrato ritardi sulla produzione. Fortunatamente negli anni abbiamo diversificato molto la rete dei nostri fornitori per le materie prime, e questo ci sta salvando, ma la situazione complessiva resta estremamente angosciante”.

Per sbloccare lo stallo, l’azienda si è mossa direttamente con le istituzioni nazionali ed europee.

“Lunedì sono stato ricevuto personalmente a Roma per affrontare la questione e siamo in contatto costante sia con la nostra Ambasciata a Pechino sia con i referenti della Comunità Europea. Ci siamo messi a completa disposizione per inviare tutto il supporto tecnico necessario a dimostrare la nostra assoluta estraneità al settore militare», ha proseguito Iurino. Il destino della Garnet resta legato al quadro diplomatico globale.

“Abbiamo compreso la dinamica: se l’Unione Europea rimuoverà le 14 aziende cinesi dalla lista di controllo, Pechino farà lo stesso con noi. Confidiamo nella diplomazia, che è l’unica strada percorribile per far capire ai cinesi che noi non c’entriamo nulla. Guardiamo con speranza ai segnali di distensione tra Cina e Stati Uniti e, soprattutto, al prossimo incontro negoziale previsto ad ottobre tra Unione Europea e Cina. Il nostro unico obiettivo è essere rimossi da quell’elenco e tornare a lavorare serenamente”.

L’editoriale del direttore: “Paradosso perfetto”

C’è qualcosa di involontariamente comico, se non fosse che per chi ci lavora c’è ben poco da ridere, nella storia di Garnet Srl di Concorezzo.
L’azienda brianzola che produce automazione, robotica e sistemi di motion control è finita nella lista nera di Pechino insieme a pezzi da novanta dell’industria militare europea. Carri armati? No. Missili? No. Cannoni? Nemmeno per sbaglio. Garnet, semmai, manda componenti alla Formula 1, alle supercar elettriche, all’aeronautica civile e spaziale. Insomma più che una fabbrica d’armi, sembra una di quelle aziende brianzole che lavorano mentre gli altri discutono di geopolitica. E arruolata d’ufficio nella guerra commerciale tra Cina e Unione Europea. Bruxelles mette nella lista alcune aziende cinesi accusate di sostenere indirettamente l’economia russa, Pechino risponde colpendo 14 società europee e dentro ci finisce anche Garnet. Perché? Mistero. O, per dirla con l’amministratore: “Non abbiamo idea del perché sia toccato a noi”. Il paradosso è perfetto. Per dimostrare di non avere nulla a che fare con la difesa, un’azienda che vive di tecnologia deve ora mobilitare diplomazia, ambasciate, ministeri e istituzioni europee. Manca solo l’invio di una delegazione ONU con tanto di plastico dei magneti. Nel frattempo, però, la faccenda non è una barzelletta. I vincoli sull’approvvigionamento dei magneti derivati dalle terre rare hanno provocato ritardi. Garnet ha diversificato i fornitori e questo la sta aiutando, ma il problema resta. Una decisione presa migliaia di chilometri più a est può fermare una linea produttiva in Brianza. L’azienda chiede una cosa semplice. Guardate meglio la lista e cancellate il nome errato. Per una volta, la diplomazia potrebbe fare quello che dovrebbe fare sempre. Distinguere un bersaglio da chi si trovava sulla traiettoria.

Marco Pirola