L'intervista

Parla Francesco Castigliego, fondatore di Edo is One: "Chiedo scusa per i miei errori, pagherò fornitori e dipendenti"

Indagato per truffa dopo le querele e gli esposti presentati alla Guardia di Finanza da parte di ex collaboratrici e genitori, chiarisce alcuni aspetti della vicenda del centro autismo di Merate e risponde a diverse domande rimaste fino ad ora in sospeso

Parla Francesco Castigliego, fondatore di Edo is One: "Chiedo scusa per i miei errori, pagherò fornitori e dipendenti"
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«Provo tanta tristezza per come si è conclusa la nobilissima attività che per due anni e mezzo è stata portata avanti dall’associazione. L’amarezza delle persone che hanno parlato con il Giornale è anche la mia».

E’ con queste parole che il lesmese Francesco Castigliego, fondatore del centro autismo Edo is One di Merateindagato per truffa dopo le querele e gli esposti presentati alla Guardia di Finanza da parte di ex dipendenti, collaboratrici e genitori, esordisce nella lunga chiacchierata telefonica che ha chiesto ai colleghi del  Giornale di Merate in edicola questa settimana per chiarire alcuni aspetti della vicenda, ma anche per rispondere ad alcune domande rimaste fino ad ora in sospeso.

Riportiamo l'intervista concessa al Giornale di Merate.

Parla il fondatore di Edo is One

«Vorrei replicare alle accuse che mi vengono mosse - spiega - perché un conto è se si parla di Francesco, un altro se si parla dell’associazione».

«Parto dal discorso dell’acquisto del Rolex e degli investimenti in criptovalute (stando alle querele presentate nei suoi confronti, Castigliego avrebbe ricevuto denaro da alcune ex collaboratrici per presunti affari mai andati a buon fine, ndr). Quelli non c’entrano assolutamente niente con l’associazione, tanto che nella scrittura privata sottoscritta con l’avvocato delle ex collaboratrici non si fa riferimento a questi aspetti, ma solo agli stipendi mancanti o a progetti non andati a buon fine».

Ma perché chiedere donazioni per i motivi più disparati a dipendenti e collaboratrici? E’ da lì che nasce l’ipotesi del reato di truffa.

«Credo fortemente nella giustizia e credo anche nei rapporti umani. Due persone che collaborano possono anche avere un rapporto d’amicizia e fare attività extra lavorative insieme ed è questo il caso. Qualcuno la definisce truffa? Chi di competenza giudicherà chi ha ragione. Ma c’è dell’altro».

Prego.

«Mi viene contestato un presunto veicolo intestato a un’ex collaboratrice a sua insaputa. Dov’è quest’auto? Perché non mi è stato chiesto un rimborso della presunta penale? Se ci fosse stata davvero un’auto da ritirare, la concessionaria non mi avrebbe forse fatto causa? Anche in questo senso credo nella giustizia. Relativamente al presunto flirt con questa persona (nella querela presentata contro Castigliego si parla di «corteggiamento plateale» e di minaccia di rivelare la presunta relazione amorosa al marito dell’ex collaboratrice, ndr) dico semplicemente che si tratta di un colpo ad effetto per colpire il mio passato. Non c’è nient’altro».

Una querela nei suoi confronti l’ha presentata anche la mamma di un ragazzo autistico, che ha raccontato al nostro Giornale di essersi rivolta a lei per chiedere assistenza ma finendo per perdere oltre 10mila euro.

«A questa persona non rispondo, perché porto estremo rispetto per i soggetti fragili. A differenza di chi invece non l’ha portato parlando di mio figlio».

Ma è vero che a questa donna, in uno stato di forte fragilità, ha chiesto denaro per l’acquisto di cellulari o pc destinati al figlio che poi non sono mai stati consegnati?

«Su questo argomento ho materiale che utilizzerò quando mi verrà notificata la querela. Al mio avvocato ancora non è arrivato nulla».

Chi è il legale che la segue in questa vicenda?

«In questo momento ho nominato un nuovo avvocato che prenderà in mano tutta la documentazione in questi giorni. Preferisco però non esplicitarlo, per vari motivi».

Qual è invece la sua professione?

«Sono un informatico».

Riavvolgendo il nastro fino al 2023, perché ha deciso di dar vita a un centro per l’autismo? Con quali competenze?

«Noi siamo partiti con uno sportello autismo in un “buco”, in via Pascoli a Merate. Abbiamo iniziato a organizzare attività ludiche, ma col passare del tempo le famiglie ci chiedevano sempre più attenzione alle terapie. Non mi sono improvvisato direttore sanitario, mi sono rivolto a dei professionisti per creare questo centro ma poi mi sono reso conto che non era più sostenibile».

L’associazione invece lo era?

«Quella è nata con una dipendente e un piccolo gruppo di volontari: nei primi mesi abbiamo svolto un lavoro apprezzato da tutto il territorio. Forse avremmo dovuto fermarci lì, occuparci solo di sport e di attività di gioco, perché avevamo un gruppo molto forte di persone che ancora oggi soffrono per quello che è successo. Alcune di loro su questa storia hanno speso un certo tipo di parole, altre si sono lasciate andare all’astio».

Alcune però hanno dovuto dare spiegazioni a fornitori che chiedevano di essere pagati, come nel caso dei 600 panettoni ricevuti da un’azienda e rivenduti per sostenere Edo is One.

«Il fornitore dei panettoni ha ricevuto più della metà dell’importo del debito che ho nei suoi confronti, ma non voglio entrare nel singolo caso».

Allarghiamo il raggio a tutti gli altri?

«Con questa intervista voglio dire che nelle prossime settimane verranno contattati tutti i fornitori, come ho fatto con le dipendenti, per cercare di trovare una soluzione per saldare i miei debiti».

Chiamerà anche il proprietario dei locali di via Cazzaniga che chiede alcune rate di affitto arretrato?

«Con il suo avvocato stavo raggiungendo un accordo di chiusura a zero del nostro rapporto, visto che l’immobile mi era stato consegnato in condizioni pessime e l’abbiamo trasformato in un gioiello».

Perché, visto che ha deciso di chiudere definitivamente il centro, in quei locali ha lasciato arredi, attrezzature, documenti e anche alcuni suoi oggetti personali?

«Tutto quello che c’è all’interno, tra giochi e materiale per le terapie, verrà regalato a un’altra associazione. I computer verranno restituiti al fornitore. Non è stato portato via nulla perché il dolore di non aver potuto continuare questa attività è stato davvero troppo grande».

Al suo centro si rivolgevano famiglie che pagavano le prestazioni attraverso denaro ricevuto da contributi pubblici per i disturbi dello spettro autistico dei loro figli?

«No, perché non eravamo accreditati. Le famiglie pagavano di tasca propria, privatamente, tariffe che coprivano a malapena il costo della professionista che effettuava le terapia».

Non avete mai ricevuto soldi pubblici, insomma?

«No. Anzi, due professioniste hanno prestato assistenza a un ragazzo fragile a scuola in virtù di un accordo con Retesalute, ma non sono mai state pagate».

Come giudica l’esperienza del centro autismo di Merate?

«Ho fatto degli errori di valutazione, con quel centro non mi sono arricchito, anzi, tutt’altro».

Rifarebbe le stesse scelte?

«Avrei dovuto manifestare alle persone che credevano in questa realtà le difficoltà che stavo affrontando. Probabilmente non avremmo mai chiuso».

Cosa si sente di dire a queste persone?

«Vorrei dire grazie a tutte quelle che sono state al mio fianco. E scusa a chi credeva in questo progetto».

Cosa farà in futuro?

«Il mio obiettivo è pagare tutte le persone che devono ricevere dei soldi. E mettere un punto definitivo in fondo a questa storia».

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