Nella cornice solenne del Campo di Fossoli, si è tenuta ieri, domenica 12 luglio 2026, la commemorazione dell’82esimo anniversario della strage di Fossoli, uno degli episodi più drammatici della Resistenza e della repressione nazifascista in Italia.

Tra le 67 vittime trucidate dalle SS il 12 luglio 1944 al poligono di tiro di Cibeno, un pensiero particolare è andato a Francesco Caglio, partigiano arcorese, il cui sacrificio è rimasto scolpito nella memoria della comunità.

A rappresentare la città c’era il sindaco Bono
A rappresentare la città di Arcore in questo momento di profondo cordoglio e riflessione, è intervenuto il sindaco Maurizio Bono, accompagnato dai volontari della Protezione civile, a testimonianza del legame indissolubile che la città ha mantenuto con i suoi eroi caduti per la libertà. La cerimonia, che ha visto la partecipazione delle autorità civili, militari e religiose, è stata scandita dalla lettura dei nomi delle 67 vittime, un gesto rituale necessario per non consegnare all’oblio persone che i nazisti avrebbero voluto nascondere in una fossa comune anonima. Manuela Ghizzoni, presidente della Fondazione Fossoli, ha ricordato la diversità di questi uomini per età, provenienza e ideali, sottolineando ciò che li accomunava: «La scelta di impegnarsi per affermare la dignità umana, la libertà e il valore della responsabilità personale: una scelta ideale che costò loro la vita», ha detto.
Un monito per il presente
L’evento non è stato solo un atto di memoria storica, ma un monito per il presente. «Essere qui oggi non significa soltanto commemorare, ma assumere un impegno – ha sottolineato il sindaco Bono – Custodire questi luoghi, difendere la verità della storia, trasmetterne il significato alle nuove generazioni».
La figura di Caglio si è inserita in questo mosaico di antifascismo italiano, rappresentato da internati provenienti da 27 province diverse. «Ricordare Caglio a Fossoli ha significato rinnovare l’impegno affinché la sua morte non sia stata vana, continuando a costruire quella società basata sul rispetto e sulla libertà per cui, ottantadue anni fa, egli scelse di combattere fino all’estremo sacrificio», ha concluso Bono.
Chi era Francesco Caglio?
Nato il 2 agosto 1909 nella frazione Cà di Lesmo, Caglio Francesco crebbe all’oratorio di Arcore. Scoperta la vocazione sacerdotale, decise di diventare frate, ma a causa della salute, dovette interrompere gli studi avviati in convento di Genova e tornare a casa. Operaio magazziniere presso la Gilera, poi presso la ditta Bestetti, fù propagandista dell’Azione Cattolica e svolse un’infaticabile attività di organizzazione a Monza e Lecco. Antifascista dichiarato, non prese mai la tessera del Partito Nazionale Fascista. Fu tra quelle persone che scelsero consapevolmente di affrontare il pericolo non solo per il successo di alcune idee, ma anche perchè tutti gli altri, anche quelli con idee diverse , avessero la libertà di esprimerle.

Fervente cattolico
Poco più che trentenne, lui cattolico, fu con Giuseppe Centemero, una delle due figure di spicco che diedero il primo impulso alla lotta partigiana di Arcore. Fu da sempre contro ogni totalitarismo e contro ogni dittatura – si può leggere in alcuni appunti dell’archivio parrocchiale – e trovò, per la realizzazione pratica dei suoi ideali, terreno propizio nell’azione partigiana.
Caglio iniziò la sua attività clandestina nell’ottobre del 1943 collaborando con i due coadiutori della Parrocchia Sant’Eustorgio, don Domenico Villa e don Giuseppe (Peppino) Villa, che costituirono il tessuto connettivo del movimento resistenziale di Arcore e furono punto di riferimento per giovani “sbandati”, i militari alleati fuggiti dai campi di concentramento, i ricercati politici, ebrei, insomma per tutti coloro che avevano bisogno di nascondersi, di trovare un rifugio, di passare il confine. Caglio partecipava alle riunioni clandestine.

Venne arrestato ad Arcore
Legato ai gruppi resistenziali cattolici di Vimercate e di Monza, partecipava alle riunioni clandestine nella parrocchiale del Carrobbiolo e di San Gerardo. Appartenente alla 25° Brigata del Popolo di Monza estese la sua azione da Milano, a Vimercate, a Lecco. Sempre in bicicletta, era portatore d’ordini, staffetta, distributore stampa partigiana. Raccoglieva denaro, vestiario e armi per combattenti nascosti in montagna.
Il 5 marzo 1944 fu arrestato allo stabilimento Bestetti di Arcore con l’accusa di aver nascosto armi in campagna e tradotto nel carcere di Monza, torturato a sangue non rivelò i nomi dei compagni di lotta, ma assumendo su di sè responsabilità condivise con altri arrestati con lui, riusci con il suo altruismo a farli rilasciare. Da Monza fu portato a San Vittore e sottoposto a nuovi durissimi interrogatori. Di lì fu tradotto a Carpi e internato nel campo di concentramento di Fossoli, dove sarà fucilato il 12 luglio 1944 insieme ad altre 67 persone.