"Codice rosso"

Botte alla moglie che vuole abortire dopo la violenza

Condannato un albanese di 27 anni che aveva reso la vita della giovane consorte un inferno.

Botte alla moglie che vuole abortire dopo la violenza

Quando lei, incinta del loro terzo figlio, gli ha comunicato di non voler portare a termine la gravidanza in quanto frutto di una violenza sessuale perpetrata dal marito stesso, lui l’ha prima aggredita verbalmente con una raffica di insulti, poi ha messo in pericolo la sua vita e quella della figlia che viaggiava in auto con loro di ritorno dall’ospedale, infine l’ha afferrata per il collo.

“Codice rosso”

Solo gli ultimi di una serie di episodi, che ha convinto la donna a chiedere l’intervento dei Carabinieri e a sporgere denuncia, facendo scattare il “Codice rosso”.

In carcere un 27enne albanese residente ad Agrate

E così la scorsa settima l’uomo, un 27enne albanese residente ad Agrate, è comparso in tribunale per il processo per maltrattamenti in famiglia e violenza sessuale.

Le botte dopo la decisione di interrompere la terza gravidanza

Una vicenda che ha avuto origine nel settembre di due anni fa. La vittima, la moglie 25enne, sposata nel 2019, anche lei albanese, si era recata all’ospedale di Vimercate, accompagnata dal marito (con cui aveva già avuto due figli, di 2 e 4 anni), per sottoporsi ad una visita ginecologica. In quella circostanza la giovane donna avuta conferma della terza gravidanza, giunta all’ottava settimana. Ormai esasperata da un clima fatto di angherie, sopraffazione e violenze fisiche e verbali, aveva manifestato al marito la volontà di abortire, perché il nascituro era frutto di rapporto non consensuale con il coniuge. Ciò aveva causato una reazione estremamente violenta, fisica e verbale, di quest’ultimo sia fuori dall’ospedale, nel tragitto verso casa, sia tra le mura domestiche. Prima insulti di ogni genere in ospedale, poi la guida spericolata verso casa, ad Agrate, mettendo a repentaglio anche la vita della figlia che viaggiava con loro.

La denuncia

Infine, l’aggressione fisica, che aveva indotto la donna a chiedere l’intervento del 112. La 25enne aveva poi raccontato tutto ai Carabinieri di Agrate intervenuti in suo soccorso, formalizzando una denuncia che aveva fatto scattare la procedura del “codice rosso”.

Maltrattamenti e violenze

Dalle parole della donna era emerso un pregresso fatto di maltrattamenti e violenze sessuali iniziato dal matrimonio, celebrato in Albania nel 2019, sino al giorno della querela.

Donna e figli in una struttura protetta

A seguito dell’attivazione del “codice rosso”, la donna ed i figli sono stati collocati in una struttura protetta, con indirizzo segreto, ed il marito è stato posto in arresti domiciliari. Il procedimento è stato poi definito con rito abbreviato, a seguito di giudizio immediato. Nel corso del processo l’imputato aveva commesso anche un altro episodio prevaricatorio verso la moglie ed addirittura si era allontanato dal domicilio degli arresti per fuggire in Grecia, dove poi è stato nuovamente arrestato per essere estradato in Italia. Attualmente è detenuto in un carcere del Lazio .

Assolto per la violenza sessuale, condannato per i maltrattamenti

Nelle scorse settimane davanti al Tribunale di Monza, Collegio 1 penale, composto dal presidente Stefania Donadeo, e dai giudici a latere Ludovica Sturzo Carmelo Di Paola, è stato avviato il processo di primo grado. L’imputato, accusato per maltrattamenti e violenza sessuale plurima, è stato assolto per quest’ultimo reato e condannato per il primo a 3 anni ed 8 mesi di reclusione, a fronte degli 8 anni chiesti dal Pm Carlo Bray, oltre al pagamento delle spese processuali, interdizione dai pubblici uffici per 5 anni, e condanna di 10.000 euro per danni morali, oltre refusione delle spese legali.

L’avvocato della vittima: “Condotte gravi”

Le vittime (la donna e i due figli) sono assistite dagli avvocati Gabriella Ercoli del Foro di Brescia e Francesco Ruffo del Foro di Monza.

“Il caso si è subito presentato per una particolare gravità delle condotte poste in essere dall’uomo e per il suo atteggiamento irriducibile – ha commentato l’avvocato Ruffo – Ciò che fa più riflettere che tale fenomeno è ancora diffuso nelle generazioni più giovani, che dovrebbero essere, invece, più sensibili la tema della parità di diritti tra uomo e donna, specie nel rapporto di coppia. Il Tribunale di Monza ha riconosciuto che la condotta posta in essere era idonea a provocare sofferenza e umiliazione alle vittime e che non si è trattato di un singolo atto di violenza o prevaricazione, bensì di un insieme di azioni reiterate nel tempo, che hanno creato a loro una condizione di sofferenza e disagio continuativo. Purtroppo, non sono stati ritenuti sufficientemente provati i numerosi episodi di violenza sessuale in quanto avvenuti nelle mura domestiche. Questo, tuttavia, non sminuisce la gravità della situazione perché da due anni i miei assistiti sono supportati da un’associazione contro la violenza sulle donne e vivono in un luogo segreto e la loro vita è cambiata, soprattutto per i due figli minori nati dall’unione della coppia».