Colangite biliare primitiva, nuova terapia al San Gerardo

In Italia colpisce circa 6mila persone, soprattutto donne over 40, ed è caratterizzata da aggressione delle vie biliari, infiammazione cronica e ristagno della bile nel fegato, con lo sviluppo nel 30-40 per cento dei casi di cirrosi e nei casi più gravi di insufficienza epatica che rende necessario il trapianto dell’organo.

Colangite biliare primitiva, nuova terapia al San Gerardo
Monza, 07 Agosto 2018 ore 12:47

Colangite biliare primitiva, nuova terapia al San Gerardo. In Italia colpisce circa 6mila persone, soprattutto donne over 40. E’ caratterizzata da aggressione delle vie biliari, infiammazione cronica e ristagno della bile nel fegato, con lo sviluppo nel 30-40 per cento dei casi di cirrosi e nei casi più gravi di insufficienza epatica che rende necessario il trapianto dell’organo.

Colangite biliare primitiva

L’età del paziente. Il livello di alcuni parametri del sangue. L’intervallo di tempo tra la diagnosi e l’inizio del trattamento. Sono alcuni degli indicatori in grado di indirizzare i soggetti colpiti da colangite biliare primitiva (CBP) verso la terapia più efficace. A rivelarlo è uno studio clinico multicentrico, internazionale dal titolo “Pretreatment prediction of response to ursodeoxycholic acid in primary biliary cholangitis: development and validation of the UDCA Response Score” promosso da ricercatori dell’Università di Milano-Bicocca e del Centro per le malattie autoimmuni del fegato dell’Ospedale San Gerardo di Monza, in collaborazione con la University of Cambridge.

In Italia colpisce 6mila persone

Nello studio sono stati coinvolti più di 3mila pazienti di centinaia di ospedali italiani e britannici affetti dalla CBP. La CBP è una malattia autoimmune del fegato conosciuta come cirrosi biliare primitiva. In Italia colpisce circa 6mila persone, soprattutto donne over 40, ed è caratterizzata da aggressione delle vie biliari, infiammazione cronica e ristagno della bile nel fegato, con lo sviluppo nel 30-40 per cento dei casi di cirrosi e nei casi più gravi di insufficienza epatica che rende necessario il trapianto dell’organo.

Prevedere la risposta del paziente

Il modello messo a punto permette di prevedere, prima della somministrazione, la risposta del paziente alla terapia cardine di questa malattia, l’acido ursodesossicolico (UDCA), una terapia alla quale però non tutti i pazienti rispondono. Secondo i parametri individuati, un’età più giovane (30-40 anni) rispetto alla media dei pazienti (50-70), la maggiore attività della malattia e un tempo di attesa più lungo, superiore all’anno, tra il momento della diagnosi e la somministrazione di UDCA, indicherebbero nei pazienti con CBP una minore probabilità di successo dopo trattamento con UDCA.

Una migliore gestione terapeutica

La risposta all’UDCA rappresenta un target di trattamento critico nei pazienti con CBP in quanto predittore di sopravvivenza a lungo termine», ha chiarito Marco Carbone, ricercatore dell’Università di Milano-Bicocca, dirigente medico di Gastroenterologia dell’Ospedale San Gerardo di Monza e primo autore e responsabile del lavoro.

L’importanza delle terapie di seconda linea

Da questo studio emerge la rilevanza delle terapie di seconda linea, come l’acido obeticolico (OCA), nel trattamento della colangite biliare primitiva. «Le indicazioni emerse nel nostro studio – ha spiegato Pietro Invernizzi, direttore dell’Unità complessa di Gastroenterologia e del Centro per le malattie autoimmuni del fegato dell’ospedale San Gerardo e docente di Gastroenterologia dell’Università di Milano Bicocca – potrebbero essere di aiuto nell’indirizzare le decisioni terapeutiche relative all’utilizzo di farmaci di seconda linea precocemente nel corso della malattia in pazienti che hanno poche possibilità di rispondere all’UDCA e in questo modo migliorare la sopravvivenza di quelli ad alto rischio».

Un successo di squadra

Questo studio apre la strada ad una migliore gestione terapeutica per i pazienti affetti da CBP – ha commentato Davide Salvioni, Presidente di Amaf, l’associazione italiana dei pazienti affetti da malattie autoimmuni del fegato – e siamo ancora una volta orgogliosi come italiani del fatto che questo risultato sia stato raggiunto grazie al contributo dalla comunità epatologica italiana

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