Villasanta

Don Alessandro: “Il coronavirus non è un castigo di Dio”

Il parroco di Villasanta don Alessandro Chiesa ha invitato le sue pecorelle a liberarsi da una un’idea idolatrica di Dio

Don Alessandro: “Il coronavirus non è un castigo di Dio”
Vimercatese, 31 Marzo 2020 ore 07:36

Dall’inizio dell’emergenza Coronavirus lo ha ripetuto più volte a chiare lettere. E lo ha fatto soprattutto durante le prediche delle messe della quaresima trasmesse sui Social. Un messaggio chiaro quello che ha voluto lanciare alle sue pecorelle il parroco di Villasanta don Alessandro Chiesa. Evidentemente il sacerdote, che ben conosce il suo gregge, ha sentito l’esigenza di estirpare sul nascere quelle credenze che puntano sul forte legame tra il Covid e il castigo di Dio.

Nei giorni scorsi lo abbiamo intervistato su diversi temi. Un lungo dialogo durante il quale il parroco ha toccato diversi temi. Oltre al coronavirus ha posto l’accento anche sui riti della Settimana santa, su come vivere questi giorni e su come questi giorni di quarantena possano essere d’aiuto per riscoprire la fede.

Coronavirus e Dio

“Molti di noi vivono una fede un po’ superficiale, vuoi perché rimasta alle quattro nozioni imparate durante il catechismo, vuoi perché (soprattutto nelle persone più anziane) proveniamo da una tradizione in cui il riferimento alle scritture era abbastanza (forse troppo) trascurato – ha sottolineato il sacerdote, raggiunto nei giorni scorsi dalla nostra redazione – In questo contesto è facile scivolare nell’interpretazione del Covid-19 come una punizione o come un castigo proveniente da Dio. In fondo è diffusa la mentalità che certe prove (o certe croci come qualcuno le chiama) provengano da Dio. Eppure non c’è nulla di più anti-evangelico di questo modo di pensare; e questo nonostante certi predicatori via radio continuino a diffondere una mentalità che perverte totalmente l’annuncio (buona notizia) evangelico. Nel Vangelo di due domeniche fa (l’incontro con il cieco nato) alla domanda dei discepoli su chi avesse peccato perché nascesse così, Gesù dice esplicitamente che né lui né i suoi genitori hanno peccato, smontando così ogni nesso di causa/effetto tra colpa e castigo. Come ha ricordato anche l’Arcivescovo, non si è mai letto nel Vangelo che Dio abbia inflitto qualche castigo (nemmeno su coloro che hanno crocifisso il suo Figlio Unigenito), ma che anzi ha mandato suo figlio per salvare e non per punire. Dobbiamo liberarci da un’idea idolatrica di Dio e riscoprirlo nella rivelazione evangelica, ossia nella storia di Gesù, l’unico luogo in cui si rivela il volto del Padre. Ogni altra pretesa di dire o di pensare Dio che non corrisponda al suo rivelarsi, altro non è che una proiezione delle nostre paure”.

Quanto ti manca il rapporto con i tuoi fedeli?

“Non è certo un periodo facile quello che stiamo vivendo, sia per grave situazione che ha colpito il nostro paese, sia per le conseguenti restrizioni che (giustamente) ognuno di noi è costretto a vivere. E non è facile, in questa situazione, vivere i giorni della quaresima che ci preparano alla Pasqua. Durante i primi giorni di celebrazione dell’Eucarestia “a porte chiuse” provavo un senso di desolazione e si smarrimento: celebrare la Messa, fare anche la predica (durante le domeniche) avendo davanti agli occhi uno stuolo di panche vuote, lascia smarriti, quasi sconfortati. Certo, è vero, i moderni mezzi di comunicazione (in particolare la possibilità di trasmettere via streaming) consentono a molti di seguire le celebrazioni. Ma è altrettanto vero che questi strumenti sono più utili a chi segue le celebrazioni da casa più che a chi celebra. Dopo lo smarrimento iniziale ho però pensato che il luogo in cui ero chiamato a stare era proprio lì, sull’altare, a celebrare la Messa per e con il popolo a me affidato. È proprio questa una delle promesse che ho fatto nel giorno della mia Ordinazione: celebrare con devozione e fedeltà i misteri di Cristo a lode di Dio e per la santificazione del popolo cristiano. Quando dunque celebro la Messa, non sono solo. Sento uniti insieme con me, quasi fossero presenze sulle panche vuote della Chiesa, i fratelli e le sorelle della mia comunità. I loro volti (ben presenti nella mia mente), le loro storie, le sofferenze che stanno attraversando, le loro famiglie… è come se li sentissi tutti lì, con me, accanto a me, nel momento più alto del mio essere prete e parroco: quello in cui, attraverso il mio ministero, il Signore si fa presente in mezzo a noi, presente per me, ma anche e sopratutto, per tutti coloro che con me (anche se non fisicamente) stanno celebrando la Messa”.

I riti della Settimana santa verranno vissuti via web?

“È proprio di questi giorni la lettera del Vicario Generale con le indicazioni per celebrare i riti della Settimana Santa “a porte chiuse”. Certamente le trasmetteremo via web, ma non sarà la stessa cosa né per noi che celebriamo, né tantomeno per coloro che le seguiranno da casa. La tentazione potrebbe essere (per alcuni) di “rimandare” il tutto al prossimo anno, tanto la Pasqua verrà anche l’anno prossimo e allora ci sarà la possibilità di celebrarla partecipando alle varie funzioni. Mi sento però di rivolgere un appello a tutti e a ciascuno: celebriamo la Pasqua! Celebriamola anche quest’anno! Celebriamola nonostante questa situazione del tutto inedita! La Pasqua non è semplicemente una festa come le altre: è il centro della nostra fede e della nostra speranza. Ed è proprio nella Pasqua che siamo chiamati a vivere la speranza che nasce della fede. Scrive San Paolo: «Se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede» (1Cor 15,14). La nostra speranza, anche nella difficile situazione che stiamo attraversando, non può ridursi al semplice ottimismo del “andrà tutto bene”; la nostra speranza si fonda sul fatto che Cristo è Risorto, che ha vinto il male e la morte, che per tutti noi c’è quindi un “oltre” a cui guardare con fiducia, un’alba che ci attende anche se attorno vediamo ancora le tenebre della notte.
Celebriamo la Pasqua! È la speranza della vita che non viene sconfitta da nulla, neppure dalla morte”

Questo periodo può essere d’aiuto per molti per riscoprire la fede?

“Ci sto pensando molto, in questi giorni, a come questi giorni di quarantena saranno capaci di cambiarci veramente. Mi sono venute in mente tre cose che vorrei condividere. La prima è la speranza che questi giorni difficili ci aiutino innanzitutto a diventare più umani. Credo significhi riappropriarci dei valori più veri e più profondi della vita. Stiamo scoprendo che tante cose che sembravano essenziali (addirittura il campionato di calcio di seria A), in realtà sono relative e si può vivere anche senza di esse. Ci sono invece altre realtà che sono fondamentali e che questi giorni da drammatici ci stanno facendo riscoprire. Penso alla relazioni più vere e più profonde che tante persone in questi giorni stanno perdendo in modo drammatico, magari con il rimorso di non aver potuto passare abbastanza tempo con i propri cari che non ce l’hanno fatta. Penso ai tanti medici, infermieri, e volontari delle varie associazioni che si stanno adoperando (anche a rischio della propria salute e della propria vita) per il bene degli altri. Penso alla solidarietà che si sta creando nel nostro contesto sociale, dove molti (magari spesso presi dall’indifferenza) si prendono cura dei propri vicini di casa soli o bisognosi, anche semplicemente andando a fare la spesa per loro. Questi giorni drammatici ci aiutino tutti a diventare un po’ più umani.
La seconda è l’auspicio che questi giorni ci insegnino ad essere più responsabili. Ai ragazzi che non vanno a scuola possano insegnare che la formazione parte prima di tutto dall’auto-formazione e che dunque i primi responsabili del proprio futuro non sono gli insegnanti, ma i ragazzi stessi. E questo vale anche per il nostro cammino di fede: questi giorni ci stanno insegnando che ciascuno di noi è il primo responsabile del proprio cammino di fede, la quale dev’essere coltivata non semplicemente partecipando alle celebrazioni o alla Messa come spettatori passivi, ma coltivandolo nella preghiera, nella formazione, e attraverso scelte di vita personali.
La terza riguarda le nostre comunità Cristiane. Questi giorni ci stanno insegnando che una Parrocchia e una Comunità Pastorale non deve sentirsi più viva in base alle molteplici iniziative che programma. La vera grandezza di una comunità si misura da quanto si sente unita nella preghiera, da quanto è capace di vivere relazioni autenticamente fraterne, da quanto sperimenta l’amore evangelico. Credo che questi giorni ci insegnino un nuovo modo di essere Chiesa, forse meno preoccupato delle cose da fare e più attento a quella vita spirituale senza la quale ci riduciamo in una qualunque associazione di persone”.

Cosa dire ai parenti che hanno perso un loro caro per il Covid?

“In questi giorni mi è capitato più volte di dovermi recare al cimitero per la sepoltura di coloro che ci hanno lasciato. La scorsa settimana nella nostra comunità pastorale abbiamo avuto ben quindici decessi.
Credo che il dolore più grande sia proprio quello di non aver potuto dare un ultimo saluto ai propri cari, di pensarli soli e abbandonati nel momento dell’ultimo respiro, di non poter neppure salutarli per l’ultima vota con il rito funebre. Mi fa molta tristezza benedire le salme in cimitero solo con due o tre parenti stretti venuti a dare l’ultimo addio. Credo che se già la morte di una persona cara sia un dolore incolmabile, averlo in questa situazione sia veramente straziante”.

Un mesaggio finale

“Vorrei dire a tutti e a ciascuno di non lasciare che questi giorni difficili ci rubino la speranza. Certo, siamo consapevoli che la luce in fondo al tunnel è ancora lontana; così come siamo consapevoli che una volta usciti da questa emergenza, ci vorrà parecchio tempo per ritornare ad una normalità sia sociale che economica. Ma non dobbiamo lasciarci rubare la speranza! Quando questa situazione sarà finita dovremo tutti quanti rimboccarci le maniche per ricostruire le relazioni sociali e il benessere economico, come i nostri padri si rimboccarono le maniche per ricostruire l’Italia devastata dalla guerra. Ma lo potremo fare unicamente se resterà viva in noi la luce della speranza che ci dà il coraggio di attendere l’alba anche se ancora immersi nelle tenebre profonde della notte. Infine vorrei dire a tutti che ogni giorno, io insieme agli altri sacerdoti, vi portiamo nel cuore ricordandoci di ciascuno di voi nella preghiera e nella celebrazione della S. Messa. Restiamo uniti, continuiamo ad aver fede e non lasciamoci rubare la speranza!”
Parte dell’intervista a don Alessandro Chiesa la potrete leggere anche sul Giornale di Vimercate in edicola a partire da stamattina, martedì 31 marzo 2020, nello speciale dedicato al coronavirus.
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