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Fanghi avvelenati, l'inchiesta arriva anche a Carate

Dopo il sequestro della Wte di Brescia nella mappa del Corpo Forestale anche decine di aziende clienti. Fra queste una attività di via Rivera

Fanghi avvelenati, l'inchiesta arriva anche a Carate
Cronaca Caratese, 29 Giugno 2021 ore 07:33

C’è anche un’azienda agricola con sede a Carate Brianza nell’elenco delle attività che hanno accettato di smaltire le tonnellate di gessi di defecazione e fanghi contaminati venduti dalla Wte di Brescia, la società finita a fine maggio al centro di un’inchiesta della Procura e che dovrà rispondere di traffico illecito di rifiuti e gestione di rifiuti non autorizzata.

Tra i clienti un'azienda agricola di Carate Brianza

Quindici indagati a piede libero, 12 milioni di euro sotto sequestro, oltre a tre impianti di riciclaggio a Calcinato, Calvisano e Quinzano nel bresciano.
I magistrati contestano alla società la vendita di 150 mila tonnellate di fanghi contaminati da metalli pesanti, idrocarburi e altre sostanze inquinanti, spacciati per fertilizzanti e smaltiti su circa tremila ettari di terreni agricoli nelle regioni Lombardia, Piemonte, Veneto ed Emilia-Romagna, tra il gennaio del 2018 e l’agosto del 2019, su cui si sono concentrate le articolate indagini svolte dai Carabinieri Forestali del Gruppo di Brescia coordinati dal sostituto procuratore della Repubblica Mauro Leo Tenaglia.
Nella mappa che i Carabinieri hanno diramato nei giorni scorsi c’è l’elenco dettagliato che «indica il nominativo dell’azienda agricola ricevente e la collocazione geografica dei terreni oggetto di consegna dei gessi per il loro spandimento», ma «non fornisce indicazioni sulla localizzazione puntuale dei campi oggetto dello spandimento, né delle colture praticate, né della quantità di gessi sparsa».

Tra queste figura anche l’azienda agricola «Rocca Roberto» di via Rivera che ha trasportato fanghi e rifiuti nel Novarese, precisamente nel comune di Agrate Conturbia.
Al momento - va precisato - nessuna accusa viene contestata alle aziende agricole segnalate, ma i Carabinieri Forestali di Brescia, che stanno portando avanti le indagini, dovranno interrogare tutti i titolari delle attività interessate al trasporto, per cercare appunto di ricostruire quale siano esattamente i campi in cui nel lasso di tempo interessato dalle indagini, tra gennaio 2018 e agosto 2019, siano avvenuti gli spandimenti. Per ora informazioni certe non ce ne sono. L’unica certezza è che per ogni viaggio dell’azienda incriminata verso il luogo di destinazione venivano trasportate tra le 11,5 e le 32 tonnellate di materiale. Come evidenzia una nota dei forestali, peraltro, «non si esclude che altri spandimenti possano essere avvenuti su terreni di quelle o di altre aziende dopo l’agosto 2019». Insomma, il danno potrebbe essere ancora più esteso di quanto appare...

Come funzionava il traffico

Dalla ricostruzione è emerso che la «Wte srl», a fronte di lauti corrispettivi, ritirava i fanghi prodotti da numerosi depuratori pubblici e privati. Il materiale avrebbe dovuto essere trattato mediante un procedimento che ne garantisse l’igienizzazione e la trasformazione in sostanze fertilizzanti. Invece, non solo il trattamento non veniva effettuato o solo parzialmente, ma pure venivano aggiunti ulteriori inquinanti, come l’acido solforico derivante dal recupero di batterie esauste. Infine, per disfarsi di tali rifiuti e poter continuare il proprio ciclo produttivo fraudolento, l’azienda li classificava come «gessi di defecazione».

La messa sul mercato

Il meccanismo tramite il quale la Wte srl riusciva a smaltire a basso costo tali rifiuti era ingegnoso: i proprietari dei fondi venivano convinti ad accettare lo spandimento dei “gessi di defecazione” sui propri terreni, anche con l’offerta a titolo gratuito di alcuni servizi, compresa la successiva aratura dei campi di cui si faceva carico la società. Gli agricoltori quindi erano allettati non solo dal costo basso del presunto fertilizzante, ma anche dal risparmio sulle spese di lavorazione dei propri terreni. Per giustificare il prezzo basso dei «gessi», agli agricoltori venivano raccontate una serie di frottole sull’origine del materiale, ad esempio che si trattava di scarti di lavorazione di frutta e verdura.

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