Cronaca
L'intervista

Il boss: «Tutto quello che è successo a Giussano, macchine bruciate, la sparatoria: eravamo noi»

L’intervista ad Antonino Belnome, pentito di ‘ndrangheta, nel documentario del regista seregnese Marco Tagliabue.

Il boss: «Tutto quello che è successo a Giussano, macchine bruciate, la sparatoria: eravamo noi»
Cronaca Caratese, 29 Gennaio 2022 ore 15:00

Antonino Belnome, detto «U fagiolino», reo confesso dell'omicidio di Carmelo Novella, è stato il capo della locale Seregno-Giussano dalla primavera del 2008 ed è finito in carcere il 13 luglio 2010, nell'ambito dell'operazione «Infinito». Dopo qualche mese di reclusione, ha deciso di parlare, diventando uno dei primi pentiti.

Il «padrino», detto «U fagiolino» era a capo della locale

Le sue dichiarazioni sono state tenute in considerazione dagli inquirenti e hanno reso particolari del modus operandi della locale Seregno-Giussano e sugli affiliati. Dopo l’omicidio nel 1989, in Calabria, del boss Cosimo Priolo, di Rocco Cristello, freddato sotto casa sua a Verano nel 2008 e quella di Rocco Stagno, vittima di lupara bianca nel marzo 2010 si scatenò una faida dei due clan. Ed e' certo che la locale di Giussano, «riattivata» da Antonino Belnome con la benedizione dei vertici calabresi e lombardi verso la fine del 2008, frustrò le aspirazioni egemoniche del boss Antonio Stagno. Stante il quadro dei rapporti ricostruito dagli inquirenti grazie alle rivelazioni del «padrino» giussanese - fattosi collaboratore di Giustizia - la novità non era gradita nemmeno al mammasantissima Carmelo Novella. Il capo della Lombardia, fautore del secessionismo dalla cupola calabrese, vedeva nel «locale» giussanese un distaccamento di «fedelissimi» al suo nemico dichiarato Vincenzo Gallace, capo dell'omonima cosca di Guardavalle. Non a torto. Ad ammazzare Novella (il 14 luglio 2008), su mandato di Gallace e di Andrea Ruga, altro potente boss della Tirrenica, furono infatti Belnome e Michael Panajia, rispettivamente «capo locale» e «capo società» a Giussano.
Belnome, killer reo confesso (come anche Panajia, che ha ammesso la correità nell'omicidio facendosi altresì collaboratore di Giustizia dal gennaio 2010), ha spiegato con precisione il rapporto di gemellaggio tra le «locali» di Seregno e Giussano. I due gruppi condividevano armi, affari illeciti e partecipavano agli stessi summit. I trecento arresti dell'operazione «Infinito» (12 luglio 2010) non sarebbero bastati a smantellare la rete. Finito in carcere Belnome, la reggenza della locale passò a Panajia, poi arrestato nell'aprile del 2011.

Il racconto nel documentario

«Con tutto quello che ho fatto sono andato all’inferno tante volte, e quando torni da lì non sei più la stessa persona».
A 38 anni Antonino Belnome, classe 1972, era già un boss della ‘ndrangheta, come racconta al giornalista Michele Costa.  L’intervista esclusiva per la tv svizzera (Rsi) nel documentario «Il padrino e lo scrittore» del regista seregnese Marco Tagliabue, proiettato in anteprima nazionale, venerdì sera in sala Gandini a Seregno, davanti a 120 persone (il massimo della capienza consentita).

L’iniziativa era organizzata dalla Rete associazioni legalità e giustizia sociale ed è stata l’occasione per una testimonianza molto forte che ha raccontato un periodo «storico» fatto di violenza e intimidazioni anche sul territorio tra Seregno e Giussano.
Belnome, oggi collaboratore di giustizia, nasce al nord, ma la sua storia è legata a Guardavalle, paesino di quattromila abitanti in provincia di Catanzaro dove «si vive la ‘ndrangheta».
Lì cresce con lo zio ‘ndranghetista, Raffaele Tedesco, prima di tornare in Brianza dopo la scarcerazione del padre.
Tra i 26 e 27 anni entra nella ‘ndrangheta  «dalla porta principale»  con la garanzia del boss Andrea Ruga, che lo coinvolge sempre di più negli incontri e negli affari, diventando per lui come un padre.
Nel film-documentario Belnome si sofferma sui legami, sul codice d’onore e sulle dinamiche della ‘ndrangheta .
«È come una famiglia, ti trasmette determinati valori: l’orgoglio, il rispetto, l’onnipotenza, l’incutere timore, ma te ne fa perdere altri, come la libertà di pensiero, perché diventi schiavo di tutto questo».
Nelle sue parole il racconto di come ha ottenuto il rispetto dei suoi uomini: «Il rispetto arriva quando stai  sempre in prima linea. Facevamo  tutto insieme e incutevamo timore. Tutto quello che è successo a Giussano in quel periodo... macchine bruciate, la sparatoria nel bar in centro, eravamo noi». Un vita di alto tenore, vestiti, orologi, auto e tante donne. Facevano affari con chiunque, in ogni settore, anche con i politici.
In famiglia, però, era un papà normale e affettuoso:  «Viziavo i miei figli e magari il giorno prima avevo ammazzato uno».
Uno dei momenti centrali della sua «carriera» nel luglio 2008 a San Vittore Olona, l’assassinio del boss «secessionista» Carmelo Novella, che voleva controllare il nord: «Un’impresa», dopo «ricordo i chilometri in viaggio verso la Calabria dove mi aspettava il prestigio per me e per la mia famiglia».
L’arresto nel 2010, la condanna, quindi il pentimento: «Ho fatto sei mesi di isolamento, mi si è fermato il mondo e ho avuto tempo per pensare. Nella ‘ndrangheta si ragiona con la testa, ma in carcere ho imparato a ragionare con il cuore a partire dal bene dei miei figli».
Loro non sanno del suo passato: «Venivano a trovarmi in carcere e dicevo che lavoravo e  dovevo finire di costruire il tetto».
Come collaboratore di giustizia per la ‘ndrangheta è un traditore: «Ho visto zii, cugini con cui ho diviso tutto, condannati a causa mia: non si può spiegare».
Il documentario nasce dall’idea di ribadire la presenza della ‘ndrangheta in Brianza.
«Nel nostro territorio è ormai radicata - spiega il regista Marco Tagliabue - L’ho conosciuta indirettamente, quando alle scuole medie sequestrarono il papà di una mia compagna di classe. Tutti questi personaggi sono ancora in circolazione, sta ai cittadini fare delle scelte consapevoli e informate».
«Fare una scelta etica non è sempre facile - ha aggiunto Costa -  Non è facile decidere di non andare in un certo locale, forse perché non creiamo le condizioni perché lo sia».

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