Killer di Berlino, così è morto il jihadista Anis Amri a Sesto San Giovanni. Oggi anche Salvini davanti alla stazione (VIDEO)

Tutta la vicenda, dall'attentato di Berlino alle rivendicazioni dell'Isis, passando per la ricostruzione del viaggio del terrorista fino all'epilogo a Sesto...

Killer di Berlino, così è morto il jihadista Anis Amri a Sesto San Giovanni. Oggi anche Salvini davanti alla stazione (VIDEO)
24 Dicembre 2016 ore 10:00

OGGI MATTEO SALVINI A SESTO

 

 

COSA E’ SUCCESSO A BERLINO

 

L’attentato. Gli investigatori tedeschi hanno ricostruito quasi completamente quello che è successo durante l’attentato e nelle ore immediatamente precedenti. La zona interessata è stata quella del Kurfürstendamm, il corso commerciale che era il centro di Berlino Ovest ai tempi del Muro, subito a sud dello zoo. Il camion sarebbe arrivato da Budapester Strasse e ha investito le persone senza rallentare, procedendo a luci spente: ha percorso tra i 50 e gli 80 metri all’interno del mercato, prima di scontrarsi con alcune strutture in legno e stand di prodotti natalizi e fermarsi, falciando tutti i  turisti e i berlinesi sul posto.

 

LE PRIME INDAGINI SUL TEATRO DELLA TRAGEDIA

 

L’uomo trovato morto nel camion era Lukasz Urban, cittadino polacco di 37 anni e cugino di Ariel Zurawski, il proprietario della società di trasporti di cui faceva parte il mezzo. Urban era arrivato a Berlino lunedì, dopo avere fatto tappa in Italia. E c’è anche Cinisello Balsamo nella road map maledetta che lunedì notte ha condotto il Tir polacco a compiere la strage di Berlino. Venerdì 16 dicembre intorno a mezzogiorno il grosso Tir scuro «Scania» con targa polacca è rimasto per circa mezz’ora parcheggiato in via Cantù, sul piazzale pubblico dinanzi alla Omm, azienda specializzata nella costruzione di macchine lavapavimenti professionali, a pochi passi dal Brico Center. Lo hanno accertato gli investigatori della Digos della Questura di Milano che ieri mattina hanno sentito i due titolari della società su ordine del capo dell’antiterrorismo milanese Alberto Nobili. Quella della Procura è un’indagine semplicemente conoscitiva, cioè senza titolo di reato né indagati. L’autista del camion, il polacco Lukasz Urban, di 37 anni, è stato da subito considerato estraneo all’attentato, ma piuttosto la prima vittima, a quanto pare sequestrato in un tratto non meglio precisato del suo percorso, e poi crivellato di colpi di arma da fuoco. Si sta cercando di capire quale sia stato il percorso che il camionista polacco ha compiuto in Italia prima di ripartire alla volta della Germania. Sempre venerdì, nel tardo pomeriggio, il tir era stato segnalato al Brennero, in uscita dal Paese. A quanto sarebbe stato riferito agli investigatori dai due titolari, l’azienda si rivolgeva abitualmente alla ditta di autotrasporti proprietaria del Tir per inviare attrezzature in Polonia. Il grosso Tir della ditta polacca Uslugi Transportowe di Gryfino aveva dovuto compiere diverse tappe in Italia per lo scarico e il carico di prodotti. Non si esclude che possa essere passato anche dagli stabilimenti della Thyssenkrupp di Annone Brianza come tappa intermedia, ma mancano conferme ufficiali. Ciò che invece risulta è che quando è arrivato a Cinisello, il cassone era già stato caricato con tubi metallici evidentemente destinati al trasporto all’estero. Aveva provato a consegnare la merce al suo arrivo ma non gli era stato permesso, visto che la consegna era prevista per il giorno successivo. Zurawski aveva sentito al telefono Urban verso mezzogiorno di lunedì e sembrava che tutto andasse bene. Alle 16, però, la moglie di Urban non era riuscita a mettersi in contatto con lui. Osservando gli spostamenti del camion prima dell’attentato, tracciati con un sistema satellitare, sembra che lunedì pomeriggio qualcuno si sia messo alla guida del mezzo e abbia provato a guidarlo senza essere esperto. Il camion si è acceso alle 15.44 senza muoversi, poi ci sono stati altri tentativo di farlo partire fino alle 19.34, quando si è diretto verso il centro di Berlino. L’ipotesi più concreta quindi è che qualcuno – la persona ricercata – abbia ucciso Urban e rubato il camion, per poi dirigersi verso il mercato di Natale.

 

LA RIVENDICAZIONE DELL’ISIS

 

La rivendicazione dello Stato Islamico è arrivata poco dopo il rilascio del 23enne pakistano. Lo Stato Islamico ha fatto sapere che l’attentatore è uno dei suoi “soldati”, ma ha non ha fornito prove sul fatto che l’attacco sia stato progettato dalle sue strutture. L’attacco di Berlino è stato simile a quello compiuto a Nizza lo scorso 14 luglio, quando un camion investì la folla sul lungomare uccidendo più di 80 persone. Anche quell’attentato era stato rivendicato dallo Stato Islamico. La modalità dell’attacco è quella descritta dal numero di novembre della rivista dello Stato Islamico Rumiyah, che contiene un articolo di tre pagine che spiega come è possibile per un unico attentatore colpire molti civili usando un camion.

 

LA FUGA DELL’ATTENTATORE

 

La tv pubblica “Rbb” ha mostrato un video in cui l’attentatore tunisino Anis Amri si trovava di fronte a una nota moschea berlinese otto ore dopo l’attentato. La tv N24 riporta che giovedì sera, unità della polizia hanno fatto irruzione in un appartamento di Reinickendorf, quartiere a nord di Berlino, sequestrando materiale. Poi l’uomo ha fatto perdere le sue tracce, almeno fino alla notte scorsa, quando in seguito a una sparatoria in stazione a Sesto San Giovanni è stato freddato da un poliziotto.

 

TERRORE A SESTO SAN GIOVANNI

 

Ha cercato di uccidere i poliziotti che l’hanno fermato questa notte in stazione a Sesto, per un controllo antiterrorismo. Al momento di verificare i documenti di viaggio, Anis Amri, l’attentatore di Berlino ha estratto la sua calibro 22 e urlando “Poliziotti bastardi” ha sparato, ferendo a una spalla uno dei due agenti di polizia, Christian Movio che è stato operato al San Gerardo di Monza. Ma il collega rimasto illeso Luca Scatà ha immediatamente risposto al fuoco, uccidendo sul colpo l’uomo. Una sagoma, nell’ombra e i primi sospetti dei due agenti in pattuglia. “Buonasera, hai un documento?”. “Non ce l’ho”, risponde Amri. “E da dove vieni?”, incalza l’agente. “Sono calabrese”, risponde l’attenatore. A quel punto i due poliziotti eseguono il protocollo, facendo svuotare le tasche e lo zaino. Il tunisino non sembrava agitato. Ma è stato proprio in quel momento che ha estratto la pistola calibro 22 e ha sparato a bruciapelo al Movio, colpendolo alla spalla. Attimi frenetici, con il terrorista che gira intorno all’auto e si accuccia. Il poliziotto ferito eplode un colpo. Il giovane collega corre dall’altra parte della volante e fa fuoco due volte. Amri muore sul colpo. All’alba, dalla comparazione emerge il match: è il terrorista di Berlono. Il riconoscimento del cadavere è avvenuto grazie ai dati della misura del volto e al successivo rilievo delle impronte digitali. In tasca aveva alcuni biglietti delle ferrovie francesi, che hanno consentito di ricostruire il tragitto che aveva compiuto.

 

GLI SPOSTAMENTI DEL TERRORISTA

 

L’uomo in treno aveva viaggiato da Chambery, in Savoia, fino a Torino. Da lì aveva raggiunto la stazione Centrale di Milano dove è arrivato all’una di notte. Infine, dalla stazione Centrale (è stato inquadrato dalle telecamere di sorveglianza pochi minuti prima dell’una) si è spostato verso viale Monza e poi in autobus fino a Sesto, dove intorno alle tre di notte ha incrociato gli agenti in pattuglia del commissariato locale. Gli investigatori lavorano ora per capire se la pistola di cui l’uomo era in possesso fosse la medesima utilizzata per rubare il camion con cui è stato compiuto l’attentato di Berlino. Sulla sparatoria di Sesto San Giovanni – per competenza territoriale – ha acquisito notizia di reato la procura di Monza, che nelle prossime ore però trasferirà gli atti a chi indaga sulla presenza in Italia del terrorista, prima e dopo l’attentato di Berlino. Il poliziotto è stato operato al San Gerardo di Monza.

 

L’IDENTIFICAZIONE DELL’ATTENTATORE

 

La conferma dell’identità del tunisino è arrivata sia dal confronto dei tratti somatici sia dalla comparazione delle impronte. Dagli accertamenti dalla Digos, coordinati dal capo dell’antiterrorismo milanese Alberto Nobili, Anis Amri, il killer di Berlino, è arrivato in Italia dalla Francia, in particolare da Chambery, in Savoia, da dove ha raggiunto Torino. Dal capoluogo piemontese ha preso poi un treno per Milano dove è arrivato attorno all’una di notte. Infine dalla Stazione Centrale si è spostato a Sesto san Giovanni dove attorno alle 4 ha incrociato i due agenti della volante che poi, durante una sparatoria, lo hanno ucciso. “Senza ombra di dubbio” l’uomo ucciso nella notte a Sesto è Amis Anri, presunto sospettato dell’attentato a Berlino. Lo ha detto il ministro Marco Minniti ricostruendo l’episodio durante una conferenza stampa. L’uomo fermato per un controllo “ha estratto senza esitazione” una pistola e ha sparato agli agenti, ferendone uno, mentre il collega ha risposto al fuoco uccidendolo. Minniti ha precisato che “l’agente colpito è Cristian Movio e non è in pericolo di vita e l’altro agente Luca Scatà, è rimasto illeso”. “Un fantasma – così lo ha definito il questore di Milano Antonio De Iesu – Un latitante pericolosissimo, che avrebbe potuto compiere altri attentati”. Lo confermano i video diffusi dall’Isis nel pomeriggio, nei quali Amri invita “ogni essere umano in grado di combattere a uccidere in tutta Europa i crociati maiali”. Ma perché l’uomo più ricercato di tutta Europa per i 12 morti di Berlino, ha fatto tappa a Milano? Se almeno per ora non emergono legami diretti con jihadisti in clandestinità in Lombardia, è tuttavia possibile che Amri sia arrivato con la speranza di rintracciare qualche sua vecchia conoscenza nella microcriminalità. L’obiettivo? Potrebbe essere stato quello di reperire un documento falso e qualche soldo (oltre ai 150 euro che aveva in tasca). Dalla stazione di Sesto partono gli autobus diretti verso la Spagna e il Marocco, l’Albania e il sud Italia. Resta inoltre assai improbabile che potesse espatriare senza carta d’identità, forse cercava soltanto di raggiungere il sud Italia. Sale, dunque, il livello d’allerta, tanto che il capo della Polizia, Franco Gabrielli, ha inviato una circolare in cui invita alla massima attenzione, poiché non si possono escludere azioni ritorsive contro le Forze dell’ordine. Da tempo gli analisti definiscono l’Italia come un corridoio del jihad: dallo snodo di Bari, tappa per i viaggi in Siria di alcuni uomini del Bataclan, fino alle antiche reti di Al Qaeda al Nord, che inviavano i mujaheddin arabi in Bosnia e Afghanistan. Anche quest’ultimo soldato del Califfo ha provato a usare il corridoio Italia, ma qui è morto come un balordo. E dello sbandato aveva anche l’aspetto: indossava due paia di pantaloni, uno sopra l’altro, perché le ultime notti le ha passate all’aperto come un clochard.

 

AMRI, UN VOLTO NOTO ALLE FORZE DELL’ORDINE

 

Anis Amri è stato 4 anni in carcere in Italia ed era considerato una persona molto violenta. Dopo aver scontato la pena ha ricevuto un provvedimento di espulsione dal nostro paese. Provvedimento che, però, non è andato a buon fine perché le autorità tunisine non hanno effettuato la procedura di riconoscimento nei tempi previsti dalla legge. Lo si apprende da fonti investigative secondo le quali l’uomo ha successivamente lasciato l’Italia per la Germania. Secondo fonti di polizia, citate dalla stampa tedesca e britannica, Anis, i cui documenti sono stati ritrovati sul tir della morte, si è impadronito del camion dopo una colluttazione con l’autista polacco del mezzo, Lukasz Urban, 37 anni, morto da eroe tentando di neutralizzare invano il killer. Anis, secondo la Sueddeutsche Zeitung, era arrivato in Italia nel 2012 ed ha poi raggiunto la Germania nel 2015. E’ stato quindi “fermato dalla polizia ad agosto con un falso documento d’identità italiano a Friedrichshafen”, località sul lago di Costanza, al confine con la Svizzera. In quel momento risultava registrato in un centro per richiedenti asilo a Emmerich sul Reno, nell’area di Kleve, al confine con l’Olanda, ma poi il domicilio era stato cancellato dalle autorità. Il giovane, recentemente radicalizzato, avrebbe utilizzato “almeno 12 nomi falsi” tra cui anche “un nome egiziano”, secondo la tv N24.

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