Lo studio del Sima

“L’inquinamento ha accelerato la diffusione del Covid”

ll legame tra l’alta concentrazione di particolato e i picchi di infezione dello scorso inverno è stato provato da un team di scienziati

“L’inquinamento ha accelerato la diffusione del Covid”
Monza, 30 Ottobre 2020 ore 08:32

I presupposti, per quella che sarebbe poi stata la tempesta perfetta, c’erano tutti. A fare da detonatore, la stabilità atmosferica che caratterizza i mesi di gennaio e febbraio nell’intera pianura Padana, Monza compresa. Assenza di vento, piogge scarse, alto tasso di umidità. Condizioni che fanno sì che tutto rimanga intrappolato dov’è, facendo della valle del Po una sorta di immensa serra, un ambiente indoor nel quale gli inquinanti non riescono a essere spazzati via. Inquinanti che hanno fatto da da “acceleratore” alla diffusione del Covid-19.

Inquinamento e diffusione del Covid

Il legame tra l’altissima concentrazione di particolato e i picchi di infezione è stato provato da un team del Sima, Società italiana di medicina ambientale, i cui studi, dopo la pubblicazione sulle riviste scientifiche, sono stati citati e confermati da oltre 200 lavori scientifici internazionali.

Una ricerca (seguita poi da altre) che ha preso le mosse già a marzo, all’inizio della pandemia, e che è stata pubblicata dal British medical Journal dopo 7 mesi di accurate verifiche da parte della comunità scientifica.

Lo studio sul particolato

Gli scienziati del Sima hanno monitorato la diffusione del coronavirus in Italia tra il 24 febbraio e il 13 marzo, data di inizio del lockdown, partendo dai dati relativi alla concentrazione di Pm10 raccolti nel periodo precedente, ovvero dal 9 al 29 febbraio (hanno preso in considerazione il lasso di tempo massimo tra infezione e diagnosi). I dati hanno interessato tutte le province italiane.  “Le maggiori concentrazioni di inquinanti andavano di pari passo con i picchi di infezione”, ha commentato Alessandro Miani, presidente del Sima.

La trasmissione per via respiratoria del virus (tra individui a stretto contatto tra loro) non bastava infatti a spiegare l’iniziale differenza di diffusione osservata in Italia. “L’enorme virulenza del Covid-19 nella valle del Po, riscontrata tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo, non è comparabile col ben più mite contagio osservato nelle regioni centro-meridionali”, si legge nello studio pubblicato dal Sima.

Un modello epidemico basato unicamente sulle goccioline respiratorie (ovvero le particelle prodotte durante la respirazione, le conversazioni, gli starnuti o la tosse) e gli stretti contatti non può dunque spiegare pienamente le differenze riscontrate tra regione e regione nella diffusione del Covid. Diffusione risultata drammatica nella Pianura Padana e soprattutto nella bergamasca.

“La prova definitiva dell’interazione tra particolato atmosferico e virus è arrivata quando siamo riusciti a isolare tracce di Rna virale in campioni provenienti dai filtri di raccolta del particolato atmosferico prelevati nella provincia di Bergamo durante l’ultima serie di picchi di sforamento di Pm10 avvenuta a fine febbraio – ha quindi precisato – Periodo in cui le curve di contagio hanno avuto un’improvvisa accelerata”.

Delle concentrazioni di inquinanti causate anche dalle particolari condizioni atmosferiche che si vengono a creare nei mesi invernali nell’area. “Si riscontra, nel periodo in questione, una stabilità atmosferica che fa sì che la pianura possa venire assimilata a un ambiente indoor – ha aggiunto – E’ come se a una decina di metri sopra di noi ci fosse un soffitto. Perciò, in presenza di una grande circolazione virale, le condizioni di stabilità atmosferica, il tasso di umidità e la scarsa ventilazione hanno di fatto aperto al coronavirus delle vere e proprie “autostrade”.

Gli scienziati del Sima hanno analizzato il numero di sforamenti per il Pm10 sopra i 50 microgrammi per metro cubo per tutte le province italiane, considerando il numero di centraline installate, la numerosità e densità della popolazione, nonché il numero medio di pendolari giornalieri e turisti. Su un totale di 41 province del Nord Italia, ben 39 si collocavano nella categoria di massima frequenza di sforamenti, mentre 62 province meridionali su 66 si situavano ai livelli più bassi di inquinamento atmosferico.

“Abbiamo anche comparato i dati di Milano e Roma, le due principali città italiane con caratteristiche simili per quanto riguarda il tasso di urbanizzazione, la popolazione, lo stile di vita e il numero di pendolari. Se nei primi otto giorni l’andamento è stato simile, il nono a Milano si è registrata un’improvvisa accelerazione”. Accelerazione che a Milano è datata 14 febbraio, in concomitanza con un picco di Pm10 registrato nell’aria che a Roma non c’è stato.

Le possibili soluzioni

Conclude quindi Miani. “Nel ribadire che l’inquinamento atmosferico si rivela ancora una volta fonte di gravi danni alla salute, vogliamo tuttavia sottolineare come ciò debba essere uno stimolo a una ripartenza verde che coniughi il giusto progresso economico con la sostenibilità ambientale necessaria alla tutela della salute umana. L’abbandono dei combustibili fossili con una rapida transizione energetica ed ecologica è prospettiva oramai inevitabile per evitare il rapido collasso degli ecosistemi dalle conseguenze imprevedibili e offrirà nuove opportunità economiche e condizioni di lavoro in grado di servirsi al meglio delle nuove tecnologie”.

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