Pillole di dialetto

Muron, maister, pult e dané: i brianzoli si ricordano del loro dialetto?

Ripercorriamo, grazie agli spunti di Carlo Perego della Pro Loco Carnate alcuni modi di dire e i significati autentici di alcune parole. 

Muron, maister, pult e dané: i brianzoli si ricordano del loro dialetto?
Cronaca Brianza, 27 Gennaio 2021 ore 14:12

Muron, maister, pult e dané: i brianzoli si ricordano del loro dialetto?. Ripercorriamo, grazie agli spunti di Carlo Perego della Pro Loco Carnate alcuni modi di dire e i significati autentici di alcune parole.

Muron, maister, pult e dané: i brianzoli si ricordano del loro dialetto?

Di frasi, modi di dire, parole curiose e particolari, ogni dialetto ne conta a decine. Purtroppo in questi ultimi anni questo splendido patrimonio del passato si sta lentamente perdendo. I giovani di oggi infatti conoscono sempre meno il dialetto brianzolo e i proverbi e le saggezze d’altri tempi sono ormai sempre più lasciate ai ricordi degli anziani che ne custodiscono il vero significato.

Il passato però ci insegna la storia, non va mai dimenticato. E allora perché non fare un piccolo e simpatico viaggio nei tempi addietro attraverso il dialetto brianzolo? A darci lo spunto ci ha pensato, in queste settimane, la Pro Loco di Carnate e il carnatese Carlo Perego che da fine dicembre porta avanti sulla pagina Facebook dell’associazione una rubrica quasi giornaliera, “Dialetto brianzolo in pillole” che sta riscuotendo anche un buon successo.

“Non vorrei essere frainteso, non è nostalgia del passato – ha scritto Perego all’inizio di questa avventurosa rubrica –  ma la convinzione che viene dal proverbio indiano: “se non sai dove andare, volgiti indietro e guarda da dove vieni”. Noi veniamo da qui”.

Da qui appunto abbiamo preso spunto, andando a selezionare alcune delle parole e frasi più curiose e a ricostruirne il significato autentico proprio grazie alla memoria storica di Perego.

Il detto

  • “I muron fan minga l’uga”

Letteralmente – racconta Carlo Perego – significa “i gelsi non fanno l’uva”. E’ il detto base della meritocrazia. “I muron fan minga l’uga”, perché un muron resta un muron e non diventa una vite, un ulivo, una quercia. Come dire… ognuno faccia il suo mestiere. Ma lo sapevate che il detto fu ribaltato dai milanesi e diventò “A Milan anca i muròn fan l’uga”? Un po’ per ribadire che a Milano ogni cosa può essere possibile…

Differenze

  • “maister e magut”

“Sono due sostantivi usati nel nostro dialetto in campo edilizio – racconta Perego. Il maister è il muratore esperto. Il magut è il manovale”. Entrambi questi termini sono di derivazione latina. Maister è derivato da magister, maestro. Magut è più complesso.

“Durante la costruzione del duomo di Milano iniziata nel 1386 erano impegnate migliaia di maestranze – racconta Perego. Tra i mestieri più nobili c’erano gli scalpellini, quelli che ritagliavano le statue dai blocchi di marmo. La loro importanza era designata con l’assegnazione del titolo di magister e nell’elenco delle maestranze godevano del primo posto. Tutti gli altri venivano dopo. Ma tra questi c’erano anche artigiani provetti che non scolpivano il marmo ma che facevano altri nobili mestieri, per esempio i falegnami. Questa situazione determinò del malcontento e delle rimostranze a cui la Reverenda Fabbrica del Duomo rispose assegnando il titolo di magut, abbreviazione del magister ut supra, come a dire che anche questi sono maestri come quelli sopra. Resta il fatto che magut peró era meno importante di magister. Per questo da noi identificava un ruolo meno importante, appunto la manovalanza. Vale sempre il detto: “daghela no che l’è un magut, damela a me che fo de tut”, ovvero “non concederti a lui che è un manovale, concediti a me che so fare di tutto!”.

Saggezza un po’ maschilista

  • “Ul pan d’un di, un vin d’un ann e la dona de vint’ann”

“Un saggio maschilista con alcune cose di buon senso e altre meno – spiega Carlo Perego. Che il pane fresco sia meglio di quello raffermo (“poss”) è un dato di fatto. Per il vino possiamo convenire si e no, ma tenete conto che l’invecchiamento di alcuni vini era roba da ricchi e cultori. Le persone normali consumavano il vino della vendemmia precedente. Soprattutto quando si trattava di vino senza pretese come quello locale. Evito di commentare l’ultima parte perchè non voglio scivolare in commenti stupidi. Tornando al pane, la saggezza contadina diceva: “Mei un bon ripòs che una mìca in del goss”. Ovvero, meglio un buon riposo che una panino sul gozzo, o meglio piantato sullo stomaco. Il senso è chiaro: non mangiate pesante prima di coricarvi. E siccome una volta mangiare abbondantemente o pesante era molto improbabile, questo detto suona più come la rassegnata accettazione di andare a letto digiuni”.

I soldi

  • “i dané”

Come sottolineato da Carlo Perego, nel sentire comune, i brianzoli sono molto attaccati ai soldi, come o forse più di genovesi e marchigiani. Sarà vero?

Di sicuro è vero che  “i danè fann danà” ovvero Che i soldi fanno dannare”. “L’origine di questa asserzione è certamente cristiana – racconta Perego – secondo cui l’attaccamento al denaro è fonte di dannazione eterna. Ma nella mentalità popolare il verbo “danà” cioè dannare, dannarsi, è inteso anche come impegnarsi, dedicarsi intensamente, metterci il massimo impegno per un obiettivo che è appunto fare i soldi, accumulare denaro.

Cibo del passato

  • “pult”

Dal termine “pult” nasce il proverbio “l’è mei un piatt de minestra rara putòst che un piatt de pult spèsa”, ovvero meglio una minestra brodosa che la “pult”, anche se spessa.

Ma di cosa si tratta? La traduzione letterale è “poltiglia”. Si tratta di un piatto tra i più poveri della cucina contadina che potremmo definire una polenta molle. Povera perché i componenti base erano farina e acqua, arricchite, a seconda della disponibilità del momento e della dispensa, di formaggio, latte o panna e anche verdure come i fagioli. Farina preferibilmente bianca non gialla. In certe zone di montagna si faceva anche con la farina di castagne. Ovviamente mentre abbondavano i componenti base, farina e acqua, scarseggiavano i componenti pregiati e il piatto era povero di sostanza e di sapore. Ma riempiva la pancia che poi era lo scopo principale. Per questo chi aveva avuto come desinare “la pult”, non se ne faceva un vanto. Perego cita anche i concorezzesi tra i suoi ricordi, che erano noti come “màia pult”.

Rapporti

  • “Pagà e murì s’è semper a temp”(C’è sempre tempo per pagare e morire).
“Un detto che la dice lunga sul rapporto fiduciario tra debitore e creditore – spiega Perego. Qualcosa di inconcepibile oggi. Ma una volta funzionava così. Il rapporto con l’artigiano o il commerciante era un rapporto di fiducia. Si comprava a credito il pane e il cibo in generale, col libretto. Si tirava sul il conto a fine mese e, quando il capofamiglia prendeva lo stipendio, si pagava. Onorare i debiti era una questione d’orgoglio ed erano rarissimi i casi di debitori insolventi. Il cui nome veniva sussurrato quasi fossero portatori di una strana malattia (“l’è sul buletin di protest”, quando qualcuno finiva sul bollettino dei protesti delle cambiali). Per le spese straordinarie poi c’era la negoziazione. Dopo aver individuato il capo di vestiario, o il pezzo di arredamento, la domanda che la massaia faceva all’artigiano o al commerciante era: “s’el bèstema?”. Come dire, quello che mi dirai come prezzo di partenza sarà tanto scandaloso dall’essere paragonato alla bestemmia. Spesso questa scena si ripeteva direttamente nelle corti dove i venditori ambulanti venivano periodicamente. Alla negoziazione partecipavano anche le vicine, che incitavano l’amica a chiedere uno sconto: “Va, tìrech che le tropp car” (guarda, tira giù sul prezzo che è troppo caro). Poi magari il tutto finiva con il pagare un anticipo e il resto a rate, senza bisogno di carte o firme. Bastava uno sguardo di assenso”.
Perego ricorda anche alcuni dei venditori che arrivavano a Carnate negli anni ’50/’60:
“Come venditori di stoffe e vestiario veniva “ul Subiarel”, così chiamato perché di Sulbiate. Porta a porta veniva anche “la Serenela“, una vecchia signora di Seregno che vendeva merce di contrabbando proveniente dalla Svizzera (sigarette, cordiale, tabacco, cioccolato), e l’orefice orologiaio di Arcore che annunciava il suo arrivo urlando “Cùrali, curalì”(coralli, coralli). C’erano poi gli artigiani ambulanti che aggiustavano gli ombrelli (“umbrelàt”), affilavano i coltelli (“mulìta”), stagnavano le pentole (“stagnìn”). E il “mulìta” di Caspoggio che girava in estate per le nostre corti (fino agli anni ’60). All’inizio dell’estate caricava la sua “möla” sul treno a Sondrio, scendeva in ogni stazione da Lecco a Carnate, e girava la Brianza, spostandosi a piedi nei paesi e dormendo nei cascinali”.

Scocciatori del passato

  • “Scàrliga merlùsch”

Tradotto vuol, dire “scivola merluzzo”. La frase veniva usata per allontanare i bambini che intralciavano le attività degli adulti. Un po’ come dire: togliti di torno! Ma anche per allontanare o liberarsi di qualche scocciatore appiccicoso, untuoso.

“Le origini del detto – racconta Perego -.  a mio parere vanno ricercate non tanto nel fatto che il merluzzo, in quanto pesce tende a scivolare dalle mani. Quanto piuttosto al senso di scivoloso che si provava mangiando il merluzzo, soprattutto se cucinato e mangiato senza togliere la pelle. Il merluzzo è stato per molto tempo l’unico pesce consumato nella cucina povera brianzola. Il venerdì, giorno di magro per la cultura cattolica, non si poteva consumare carne. Cosa del resto molto facile allora: la carne era un lusso riservato ai giorni di festa. Ma nemmeno i salumi. Il pesce fresco non esisteva, se si esclude quello di fiume, le arborelle fritte, che venivano consumate solo in occasione di qualche scampagnata a Brivio a la “Bela Venesia”, o a Paderno da la Picìota (trattoria all’imboccatura del ponte), o ai Furnasèt”. E il merluzzo essiccato (stoccafisso o baccalà) era una delle poche soluzioni a disposizione delle massaie”.

“Non perdiamo questo patrimonio”

Intanto la rubrica quasi quotidiana sulla pagina Facebook della pro Loco di Carnate continua ad arricchirsi di nuovi spunti. “Traggo ispirazione dalla mia storia – ci racconta in chiusura Carlo Perego. Proverbi o modi di dire dialettali sono intrisi di saggezza e utilità, su cui vale la pena riflettere specialmente in questi tempi funesti. Mi spiace che il dialetto brianzolo si vada perdendo, lentamente, negli anni. Bisognerebbe fare qualcosa per tenerlo vivo, non solo nella memoria e nei ricordi dei più anziani”.

(in copertina il “maister” di una volta)

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