Le cicatrici del Covid

Oltre la metà degli infermieri soffre di attacchi di ansia e panico LA TESTIMONIANZA

La testimonianza di una infermiera che lavora in un ospedale brianzolo raccolta dal Nursind.

Oltre la metà degli infermieri soffre di attacchi di ansia e panico LA TESTIMONIANZA
Brianza, 26 Giugno 2020 ore 10:56

Davvero impressionante la testimonianza raccolta dal Nursind (il sindacato delle professioni infermieristiche) di Monza e Brianza che racconta le conseguenze sugli operatori sanitari dopo mesi in corsia ad affrontare il Coronavirus. Oltre la metà degli infermieri soffre di attacchi di ansia e panico.

Oltre la metà degli infermieri soffre di attacchi di ansia e panico

“Non faceva male dover trattenere la pipì o non mangiare; faceva male quello che ogni giorno eravamo obbligati a vivere e a vedere”. Inizia così la testimonianza di un’infermiera che lavora in un ospedale del territorio raccolta dal Nursind di Monza e Brianza.  L’operatrice racconta l’esperienza della pandemia vissuta con gli occhi di chi l’ha vista ogni giorno, in un reparto Covid.

“Oltre la metà degli infermieri che hanno vissuto e lavorato nell’inferno del Covid-19 adesso soffrono di attacchi di ansia e panico e assumono ansiolitici – racconta l’infermiera che ha voluto rimanere nell’anonimato. Anche io, non lo nego, la sera prima di andare a letto prendo le gocce per cercare di riposare”.

In questi mesi la professionista ha raccolto gli sfoghi e le confidenze di colleghi scioccati di fronte a quelle morti, spesso anche improvvise, con quadri clinici che peggioravano nell’arco di un quarto d’ora. “Ho visto un paziente cenare senza problemi e morire poco dopo per un’embolia polmonare”.

Eppure lei, spiegano dal sindacato, non era alle prime armi; ha lavorato diversi anni in Terapia Intensiva ma quello che ha visto in quei mesi non lo ha mai visto, né studiato, né immaginato.
“Su 20 pazienti Covid ciascuno aveva sintomi ed evoluzioni diverse della malattia. C’era chi dopo quaranta giorni riusciva a camminare, chi invece faceva ancora fatica a muoversi e a respirare”.

Uno degli aspetti che più ha lasciato il segno è stato il rapporto con i familiari.  “Eravamo abituati che al capezzale del malato arrivavo parenti e amici – prosegue la testimonianza dell’infermiera. Non moriva solo, ma circondato dagli affetti più cari. In questo caso, invece, l’unico contatto era telefonico: noi ad assistere a telefonate di pazienti in lacrime e dall’altra parte della cornetta mogli, mariti e figli che imploravano di poter vedere il loro congiunto, ma non potevano”.

C’è una storia che è rimasta indelebile nella mente dell’infermiera, anche se non l’ha vissuta in prima persona, ma gli è stata raccontata: la storia di una mamma di 47 anni che ha telefonato alla sua bambina per salutarla per l’ultima volta prima di essere intubata.

“In quelle storie noi ci siamo immedesimati perché anche noi siamo genitori; anche a noi poteva capitare la stessa cosa. Non è ammissibile che a 47 anni invece di progettare il futuro dall’oggi al domani ti ritrovi a dover salutare per sempre tua figlia”.

Un ruolo fondamentale lo hanno giocato le famiglie. “Mio marito – racconta ancora l’infermiera -, pur avendo paura di un eventuale contagio, mi ha supportato e ha approvato la mia scelta di andare in prima linea. Al ritorno a casa non era semplice: mi facevo la doccia, in casa c’era costante odore di candeggina. Si mangiava allo stesso tavolo, si dormiva nella stessa stanza perché eravamo e siamo una famiglia. Abbiamo abbandonato i nostri figli in balia di loro stessi: sono stati grandi e meravigliosi”.

L’emergenza sanitaria è stata superata, ma gli infermieri non sono ancora pronti a ritornare in corsia e soprattutto, qualora dovesse arrivare una seconda ondata, rivivere quanto accaduto durante la pandemia. “Non vogliamo soldi, non chiediamo mance – conclude -. Siamo stanchi, abbiamo bisogno di riposare”.

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