Analogie

“Parlate di guerra, noi abbiamo visto quella vera” – IL RACCONTO

Pietro Mazzo, classe 1930, racconta analogie e differenze tra la battaglia al Covid e la seconda guerra mondiale

“Parlate di guerra, noi abbiamo visto quella vera” – IL RACCONTO
Monza, 16 Aprile 2020 ore 17:08

Anche allora si respirava la paura, si sentivano le ambulanze arrivare dopo le bombe e si capiva che c’erano stati i morti e anche durante la seconda Guerra mondiale c’era la quarantena, ma si chiamava coprifuoco. E per evitare il «nemico» non ci si chiudeva in casa ma nei rifugi.

Il racconto: ricordi e analogie

«Ecco la differenza è che noi il nemico lo vedevamo in faccia e quando stava per colpire suonavano le sirene e ci nascondevamo, ora invece è invisibile e subdolo, non sai dov’è, potrebbe colpirti ovunque». Mette i brividi la testimonianza di Pietro Mazzo, monzese, classe 1930, presidente dell’Unione società sportive monzesi che per noi ha aperto il libro dei ricordi. Raccontando analogie e differenze del periodo di guerra che lui ha vissuto sulla sua pelle. Perché in tanti parlano di questa emergenza come di una «trincea», affermando che è «come in periodo di guerra» E allora Mazzo, che la guerra vera l’ha vissuta, qualche puntino sulle «i» ci tiene a metterlo.

 La tessera annonaria

«Adesso ci si lamenta per la fila a fare la spesa, ma una volta entrati nei supermercati si può comprare quello che si vuole – racconta il 90enne – Noi invece avevamo la tessera Annonaria con i bollini per andare a prendere due panini, un po’ di verdura e quello che bastava per vivere, ti davano il pane nero, che era quasi immangiabile, ma ti facevi andare bene anche quello. Era proprio l’indispensabile per non morire di fame».
Poi le difficoltà ci sono anche oggi, e lui lo sa bene.
«Vivo da solo, faccio fatica, non viene più nemmeno la signora che mi aiutava con le pulizie, mi devo fare il letto e preparare da mangiare. Per fortuna ci sono i negozi di vicinato che consegnano a domicilio. Ma non è un bel periodo. Ho dovuto dire addio a molti amici», ammette.

Il rischio di morire

Come allora i morti. E il rumore continuo delle sirene delle ambulanze che squarciano il silenzio irreale della città deserta. «Certe analogie ci sono, è anche questa una guerra». Una guerra in cui si poteva morire, anche da ragazzini (mentre oggi il Covid sembra risparmiare i più piccoli).
«Lo ricordo come se fosse ieri. Era un sabato pomeriggio nell’ottobre del 1942, rientravo dagli allenamenti, avevo 12 anni, ci fu uno dei bombardamenti più duri a Milano. A Monza sarei arrivato solo negli anni Settanta. Allora ero in viale Premuda, quando sentimmo le sirene che avvertivano delle bombe, il tram si fermò in piazza Tricolore, ci fece scendere tutti. Corremmo. C’erano due grandi palazzi, uno a destra e uno a sinistra, tutti si sono riversati nel rifugio più vicino, il palazzo a destra. Era una cantina sotto l’edificio. Non so perché, ma io andai a sinistra anche se la strada era più lunga. Ho attraversato tutta la piazza, forse qualcuno mi prese per mano. Non lo so e non lo saprò mai. Ma dopo tre ore quando sono uscito, la casa di destra era stata bombardata, erano morti tutti. Io mi salvai. Ma vedere le fiamme che bruciavano il palazzo, sentire nel naso l’odore acre dei cadaveri e il rombo delle sirene nelle orecchie mi scioccò. Ma ero vivo».

La rinascita

«Da lì è cominciata forse la mia vita». E anche per l’Italia poco dopo partì la ricostruzione.
«La mia sensazione è che quando la guerra finì nel 1945 scoppiò una grande voglia di rivalsa, di lavorare e darsi da fare, noi italiani sentivamo forte la voglia di riuscire a ricostruire la nostra nazione come un paese sovrano con un certo peso in Europa. E ci riuscimmo, la Lira fu considerata nel 1963 una delle moneti più stabili».
Durante la guerra, Mazzo fu mandato in Lomellina dai noni. «Eravamo sfollati. Io andavo a scuola nel paese vicino ai miei nonni, vicino per modo di dire, facevo venti chilometri in bicicletta andata e ritorno sugli sterrati, per non interrompere gli studi. E c’era sempre il timore di doversi buttare a terra per evitare le mitragliate – racconta – E poi per recuperare il tempo perso, quando ho iniziato a lavorare nel 1946, ho frequentato le scuole serali. C’era miseria, avevo 16 anni e bisognava darsi da fare. Facevo il fattorino in un’azienda».
Da qui l’appello di Mazzo per il dopo coronavirus. «Dicono che ci vuole un piano Marshall, forse è vero. Ma ci vuole anche l’entusiasmo. Tutti dobbiamo essere consapevoli (anche i giovani) che dovremo fare dei sacrifici».
Allora c’era tanto odio. «Ho visto il Duce e la Petacci appesi in piazzale Loreto, non abitavo lontano. E ho capito come l’odio della gente si poteva manifestare, così forte e inumano. Ma la fiducia, la grinta c’era. Dimostriamo chi siamo, ce l’abbiamo fatta allora, possiamo farcela anche adesso. Siamo un popolo ricco di inventiva, lasciamo stare gli odi di partito e ci riusciremo ancora».

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