Una mostra per onorare i martiri di Cefalonia e Corfù

Pannelli raccontano a Triuggio «La scelta della divisione Acqui Cefalonia e Corfù nel settembre 1943».

Una mostra per onorare i martiri di Cefalonia e Corfù
Caratese, 19 Febbraio 2019 ore 08:30

Una mostra, allestita in Municipio a Triuggio, per onorare i martiri di Cefalonia e Corfù.

Una mostra per onorare i martiri

«La scelta della divisione Acqui Cefalonia e Corfù Settembre 1943» è il titolo della mostra inaugurata alla presenza del sindaco Pietro Giovanni Cicardi e dell’Associazione Nazionale Divisione «Acqui». «Non ci fermiamo alla medaglia, vogliamo ricostruire le vicende di questi soldati». Con queste parole il professore e ricercatore Francesco Mandarano di Seregno ha introdotto la mostra fotografica e documentaria allestita in Comune. Un’esposizione dedicata al grande numero di militari italiani che dopo i fatti dell’8 settembre 1943 furono massacrati dai tedeschi a Cefalonia e Corfù. «Solo attraverso il ricordo e la memoria si ha la speranza che certi accadimenti non avvengano più» ha esordito il sindaco Pietro Cicardi.

L’associazione

«Ringrazio l’Amministrazione comunale per averci dato l’opportunità di organizzare questa iniziativa – ha aggiunto Ilario Nadal, presidente della sezione provinciale dell’Associazione Nazionale Divisione Acqui – Siamo qui per mantenere il ricordo dopo 76 anni dalla prima resistenza di militari italiani all’estero». In occasione dell’inaugurazione della mostra è stato consegnato a Elisabetta Beretta di Verano, figlia del soldato Giuseppe Beretta (52° Reg. Artiglieria – Campagna di Russia (CSIR), il piastrino personale di riconoscimento di suo padre, ritrovato in Russia da un gruppo di ricercatori. «Se siamo qui è anche merito di Cinzia Cicardi, mia allieva all’Università del Tempo Libero di Seregno, che mi ha segnalato il monumento presente a Triuggio, dedicato ai martiri di Cefalonia, e la famiglia dell’internato Paolo Sala (Medaglia d’Onore, ex internato militare della Divisione Acqui)» ha aggiunto Mandarano.

La mostra

In dodici anni la mostra fotografica e documentaria ha fatto il giro dell’Italia, è stata allestita in ben 75 città. Racconta le vicende della Divisione Acqui: nel 2001 l’allora presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, riconobbe alla Divisione Acqui il primo gesto di resistenza armata ai fascisti e ai tedeschi. «Ci furono soldati fucilati e fatti prigionieri, alcuni morirono su navi fatte affondare – ha aggiunto il professor Mandarano – Quelli che sopravvissero, furono distribuiti nei lager. Rifiutarono di aderire al Reich e finirono nei vari lager. Furono 650.000 i soldati italiani che dissero “no”, soltanto 55.000 riuscirono a tornare a casa. Spesso i familiari non sanno nemmeno dove sono sepolti i loro cari. I primi che raccontarono questa tragedia furono due Cappellani militari che avevano assistito alle fucilazioni e scrissero delle relazioni alla Santa Sede».

Il racconto della figlia di un sopravvissuto

La giornalista Luisa Bove ha poi raccontato l’esperienza di suo padre sopravvissuto all’eccidio, descritta anche nel libro «Il giorno in cui MIO PADRE non morì». Luisa Bove è giornalista che scrive sui media della Diocesi di Milano. «Fare memoria per me è un obbligo morale che è anche bello condividere – ha esordito la giornalista – Un filo rosso che lega le varie vicende. Ci sono stati oltre 50 anni di silenzio: ha taciuto la Germania e anche l’Italia. Oggi fare memoria diventa fondamentale. La storia di mio padre è simile a tante altre: non sapendo quasi nulla, perché i reduci non raccontano nulla, le mie prime fonti sono stati gli scritti dei Cappellani militari che avevano assistito alle fucilazioni. Mio padre, originario di Napoli, era partito giovanissimo nel 1939. Il 24 novembre 1941 arrivò a Cefalonia dove rimase per 2 anni. Circa 12.000 italiani presidiavano l’isola e prima dell’8 settembre 1943 la situazione era abbastanza tranquilla, così come la convivenza con i tedeschi che erano nostri alleati».

L’8 settembre 1943

«Gli italiani furono poi considerati dei traditori e i tedeschi ne hanno fatto una carneficina andando oltre le leggi di guerra – ha proseguito Bove – Non si possono ammazzare le persone. Mio padre era stato ferito da una scheggia alla gamba ed è riuscito a salvarsi. Ricoverato all’ospedale del campo, si è salvato anche perché era sotto ufficiale. I tedeschi prendevano di mira gli ufficiali. Una volta operato a Patrasso, mio padre ha trascorso due anni nei lager in Bielorussia e Polonia. Nelle sue preghiere si raccomandava sempre a Dio e sperava di rientrare. Essendo orfano di padre, era diventato lui un po’ il padre di famiglia. Durante la sua permanenza nel lager è riuscito a fondare una sezione dell’Associazione Cattolica, che comprendeva persone provenienti da tutta Italia. Un fatto piuttosto insolito in quelle condizioni».

L’idea del libro

«Nel 2013 ci siamo recati a Cefalonia con mia madre ormai 90enne – ha aggiunto la giornalista – Così è nata l’idea del libro. Tornati a casa abbiamo aperto il faldone che conteneva tutti i documenti di mio padre e nel leggerli mi sono appassionata alla vicenda. Ho pensato di documentarmi ulteriormente e andare a ripercorrere la vicenda di mio padre. E’ stata una sorpresa scoprire che è stato un giovane con una fede granitica. Il mio libro contiene la storia con la esse maiuscola ma anche la vicenda di una persona. Lo scopo è stato quello di raccontare quello che avveniva a Cefalonia e parallelamente la storia di mio padre. E’ stato importante scrivere anche per restituire la vicenda alla mia famiglia e alle nuove generazioni. E’ un modo per conoscere un pezzo di storia attraverso una vicenda personale».

Il presidente di Anmig

Alla presentazione della mostra è intervenuto anche il presidente dell’Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi, sezione provinciale di Monza e Brianza, Claudio Arrigoni. «La nostra associazione è nata il 29 aprile 1917 in piena guerra mondiale – ha raccontato – In Brianza 139 persone prendo la pensione per invalido di guerra, 12 di questi sono ancora viventi. Purtroppo stiamo andando oltre ai ricordi storici: per questo bisogna invitare i professori a fare istruzione nelle scuole e a educare i ragazzi. Scriveva Benedetto Croce: “Una generazione se non conosce il passato non può costruire il futuro”. Anch’io personalmente sono disposto ad andare nelle scuole per parlare agli studenti, hanno diritto di sapere dove sono finiti i loro nonni. C’è un libro molto significativo: “Ad Auschwitz ho imparato il perdono”. E’ la storia di due gemelle sopravvissute agli esperimenti di un dottore tedesco che le ha martoriate per 5 anni e loro sono riuscite a perdonare. Perché ognuno di noi ha un pezzo di nobiltà nel cuore donato da Dio. E’ fondamentale il rispetto delle persone».

Interventi dal pubblico

L’assessore alla Cultura, Iride Enza Funari, ha ringraziato della presenza anche delle associazioni Combattenti e Reduci di Triuggio, con la presidente Marisa Canali, «Cime e Trincee» con Daniele Lissoni e il Gruppo Alpini di Tregasio e sottolineato l’importanza della loro ricchezza. «Ho vissuto l’esperienza di Cefalonia durante un pellegrinaggio – racconta la presidente Marisa Canali – Ci ha segnato molto stare davanti a questa buca dove sono passati i corpi dei nostri fucilati, diretti verso il mare. Sulle pareti c’erano ancora i cristalli di sangue dei nostri ufficiali. E la lapide con la scritta: “Mancò la fortuna non il valore”. E’ possibile una cosa così? A Cefalonia abbiamo avuto la fortuna di conoscere una suora che ci ha permesso anche di celebrare una Messa. E’ stata un’esperienza bellissima. Cefalonia merita di essere ricordata».

Il presidente Nadal

«La fossa della fucilazione esiste ancora – ha ricordato il presidente Ilario Nadal – Al centro c’era un asse dal quale, una volta colpiti, cadevano i soldati. Anche la casetta rossa, luogo dell’eccidio, esiste ancora: all’interno c’è un pozzo dal quale i soldati attingevano l’acqua durante la loro permanenza prima della fucilazione. Purtroppo a Cefalonia esistono luoghi della memoria che si stanno sgretolando anche a causa del terribile terremoto del 1953 che distrusse la città. Un’esperienza che bisogna portare nelle scuole e il nostro scopo deve essere quello di tramandare. I nostri ragazzi non pensano alla storia: finché c’erano i superstiti a raccontare, erano molto più attenti. Oggi quelli ancora in vita hanno più di 90 anni e non riescono più a prendere parte a questi incontri. E così il sacrificio della Divisione Acqui sta scemando. Lo Stato ci ha riconosciuto come ente giuridico ma siamo dimenticati».

Il servizio anche sul Giornale di Carate in edicola da oggi martedì 19 febbraio 2019.

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