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Ad Albino tra colori, pietre e l'incanto del Moroni: itinerario sorprendente per una domenica d'inverno

Cinque tappe e cinque sorprese per scoprire una cittadina incantevole, a due passi da casa

Ad Albino tra colori, pietre e l'incanto del Moroni: itinerario sorprendente per una domenica d'inverno
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Un colore che non ha un nome. L'enciclopedia del mondo scolpita nelle pietre di un bosco. Un uomo e una donna in nero, che ci parlano attraverso cinque secoli. E l'esausta bellezza della civiltà contadina, racchiusa in un museo. Gli appassionati di montagna, normalmente, passano oltre. Imboccano la Statale della Val Seriana, che ormai è una mezza comodissima superstrada,  attraversano Nembro, Albino, Cene... Si dirigono su, verso l'Alta valle: verso le cascate del Serio, la dolomia della Presolana, oppure un po' oltre, nella selvaggia Val di Scalve che sa di Alpi, dove l'aria fredda profuma un po' di Trentino, e di nord. E sbagliano, a passare sempre oltre. Per il tour che vi proponiamo oggi, l'inatteso si trova a fondo valle, a pochi chilometri da casa.

Albino: ogni tanto è meglio fermarsi prima

Il nostro itinerario è un'idea perfetta persino per una fredda domenica di dicembre, o un Santo Stefano alternativo: una passeggiata nel cuore di Albino (Bergamo), la multicentrica e sorprendente cittadina capoluogo della media val Seriana.

L'occasione è "Gran Finale": l'ultimo atto delle celebrazioni per i 500 anni dalla nascita di Giovan Battista Moroni, uno dei più interessanti pittori del Cinquecento lombardo, che nacque proprio ad Albino cinque secoli fa e che ha lasciato in Val Seriana una ventina di opere, disseminate tra chiese e musei da Ranica a Clusone. Ma andiamo con ordine: cinque tappe, cinque sorprese. Cominciamo.

 

 

Trecentoquarantadue metri sul livello del mare, 17mila abitanti, Albino ha un cuore tessile e manifatturiero che s'intreccia con un retaggio artistico e culturale rimasto per troppi anni in secondo piano, e con un ambiente naturale mite e domestico, mai ostile: la città a fondovalle è sovrastata dal monte Cornagera, con le sue famose palestre naturali di arrampicata sportiva, e dal monte Misma, che svetta a sud offrendo dalla vetta un panorama mozzafiato sulla pianura padana, sui colli di San Fermo, e sulla dolce valle del Lujo.

I ritratti di Bernardo e Pace Spini

La prima tappa del nostro itinerario è quindi proprio una visita alla mostra organizzata da Comune di Albino e PromoSerio, con la collaborazione dell'Accademia Carrara di Bergamo e di Fondazione Credito Bergamasco.

È allestita sino al 26 dicembre nella chiesa di San Bartolomeo, tra piazza Carnevali e via Veneto.  Le opere in mostra sono soltanto tre, e per fortuna: bastano loro, a riempire lo sguardo e a raccontare storie ("L'arte ha bisogno di storie" scrive Orietta Pinessi, la storica dell'arte che ha curato l'esposizione). Il primo dipinto è del maestro di Moroni: il bresciano Moretto. "Cristo con la croce e un devoto". Ma i veri protagonisti sono due capolavori maroniani: i due ritratti gemelli di due signori del posto, Giovanni e Pace Rivola Spini, marito e moglie. Albinesi "doc", furono nel Cinquecento elegantissimi commercianti e mecenati, eredi di una famiglia locale attiva nella tintura e nel commercio della lana.

In nero, entrambi.  Ma basta avvicinarsi (e si può, abbastanza, per una volta) per notare che  il nome del colore, al singolare, è fondamentalmente una bugia. Sono neri, tanti e profondi, luminosissimi, quelli che Moroni rende a olio sulla tela. E la magia non è solo nel colore, ma è soprattutto nello sguardo di lei.

L'assessore alla Cultura Patrizia Azzola con i ritratti dei coniugi Spini, protagonisti della mostra "Il Gran Finale - Il maestro e l'allievo, dialogo tra capolavori restaurati di Moretto e Moroni"

Pace Spini, per gli albinesi è quasi come una di quelle vecchie zie, che ricordiamo anziane fin da quando noi eravamo bambini. "La nostra Pace..." sospira  sorniona l'assessore alla Cultura Patrizia Azzola, che è stata la vera regista di questo coraggioso Cinquecentesimo, concepito ormai quasi due anni fa. Resistere, e pensare ad un domani, era per Albino diventata una necessità vitale, a pochi mesi dall'inferno della pandemia. Ne è venuta fuori una delle pagine più luminose che si siano scritte da anni a questa parte,  nel settore della promozione turistica locale, per di più al di fuori dalle porte, spesso chiuse a doppia mandata, del Capoluogo.

I due ritratti di Bernardo Spini e Pace Rivola Dettaglio di Bernardo Spini

Geniale, come Moroni fotografi esattamente quel momento: le dita di lui sono ancora tra le pagine tra i fogli  chiusi che sembra abbia appena posato. Lei ti guarda torva: "Cosa vuoi, osservatore!? Stavamo leggendo!" sembra dire. Una fotografia istantanea, in anticipo di  quasi quattro secoli. Lo fa sempre, scrivono i critici: è la sua cifra. Come ne "L'Ultima cena", altro capolavoro di Moroni conservato invece nella Bassa, nella parrocchiale di Romano di Lombardia. Alle spalle del Cristo un uomo in abito talare guarda dritto "in camera", mentre sorregge un'ampolla di vino.

L'ultima cena di Giovan Battista Moroni, conservato nella chiesa parrocchiale di Romano di Lombardia

La chiesa di San Bartolomeo: una chiesa comunale (ma consacrata) gioiello del Quattrocento

Ma torniamo in San Bartolomeo. Ora, guardatevi attorno: la "location", tanto per cambiare, vale già il viaggio. San Bartolomeo è un gioiello quattrocentesco dalla strana storia: è ancora consacrata, ma è al tempo stesso di proprietà del Comune. Insolito binomio "alla francese", inusuale in Bergamasca. Davanti alla porta d'ingresso si staglia un ciclo di affreschi un po' splatter,  raffiguranti il martirio del santo. Il pittore qui è Giovanni Marinoni, un altro "locale". L'anno, celeberrimo, è il 1492.

Il ciclo sul martirio di San Bartolomeo, ad Albino

Alle spalle, in alto a destra, un altro ciclo racconta la storia di Simonino da Trento. Lui, ragazzino, fu rapito e ucciso. La città incolpò la comunità ebraica, e finì in un massacro. Quindici ebrei, incolpevoli, furono torturati e uccisi. Quello di Albino  è l'unico ciclo completo in Italia su questa "Salem" trentina, raccontata in affresco dal punto di vista dei carnefici. Eravamo noi, quegli antisemiti?

Il ciclo di Simonino da Trento

San Bartolomeo e mostra: orari di apertura

La mostra e la stessa chiesa sono visitabili il giovedì e il venerdì dalle 15 alle 19, il sabato e la domenica dalle 10.30 alle 13.30 e dalle 15 alle 19.
Orari di apertura nei giorni festivi: domenica 25 dicembre (Natale): dalle 15 alle 19; lunedì 26 dicembre (Santo Stefano): dalle 10.30 alle 13.30 e dalle 15 alle 19.

Nb: Tutti i sabati sono in programma visite guidate gratuite alle ore 15.30 e alle ore 16.30, a cura degli studenti dell’Istituto Romero di Albino. Per partecipare non è necessaria la prenotazione.  

San Giuliano e quel colore senza nome

La seconda tappa dell'itinerario ci porta dall'altra parte della piazza, nella parrocchiale di San Giuliano. Le testimonianze del passaggio di Moroni sono diversi, tutti meritano un'occhiata e tutte accomunate da un trionfo del colore. Uno, in particolare: il rosa Moroni, reso famoso da quel "Cavaliere in rosa" della Carrara di Bergamo, che insieme al "Sarto" della londinese National Gallery è probabilmente il dipinto più famoso del nostro.

In San Giuliano lo si ritrova in almeno due versioni: nella Trinità, in uno sgargiante e "riconoscibile" rosa sgargiante che colora la veste del Figlio. E in un'indefinita, impalpabile versione quasi fosforescente, del perizoma del Cristo ritratto in quello che è unanimemente riconosciuto come il massimo esempio del Moroni "sacro": il Crocefisso adorato dai santi Bernardino e Antonio da Padova, recentemente restaurato dalla Fondazione Credito Bergamasco.

Dettaglio della crocifissione in San Giuliano ad Albino. Le fotografie non rendono giustizia al colore: occorre andare a vedere

“Quel perizoma si bagnerà di acqua e sangue” scrisse guardando questo quadro il drammaturgo Giovanni Testori.

"Parole di una incredibile preveggenza - avrebbe commentato Pinessi - Perché le indagini condotte hanno potuto confermare una componente singolare presente nella lacca del dipinto. Il pigmento rosso, usato per velare le ombre del perizoma giallo, era stato impiegato dal pittore per dipingere il sangue di Cristo. Il sangue che sgorgava dalle piaghe delle mani, dalle ferite del costato doveva impregnare parte del perizoma".

Il crocifisso del Moroni: la luce taglia che taglia i soggetti è quella tipica di un temporale in arrivo (sullo sfondo). Il colore vivido, tra l'arancione e il rosa, del perizoma, vale la visita

San Giuliano - Orari di apertura

La Parrocchiale e i due quadri del Moroni sono visitabili durante gli orari di apertura della chiesa.

Sant'Anna: il monastero

Il "corso" di Albino è via Mazzini. Tra i negozi, i bar, le trattorie, e la vita che brulica attorno all'ora di pranzo, all'incrocio con via Sant'Anna c'è l'omonima chiesa, che da fuori sembra un palazzo come i tanti attorno.

La chiesa di Sant'Anna ad Albino

La "piazza" è poco più che uno slargo, marcata da un porticato. La chiesa settecentesca merita una visita, ma è dietro l'altare che si apre, di nuovo, l'inatteso. Sant'Anna fu un monastero di clausura, fino alla fine del Settecento, e l'architettura di quel mondo chiuso è rimasta la vecchia chiesa delle monache. La grata la separa da un labirinto di locali e di cortili, che negli anni furono un po' di tutto, comprese abitazioni e scuole. C'è anche quel che resta di un teatro. Occorrerà fermarsi prima, stavolta: l'area, privata, non è accessibile ed è anche parecchio degradata, ma merita una nota, se è vero che si mormora di un prossimo, futuribile piano di recupero, forse a destinazione sociale o sociosanitaria.

Sant'Anna - Orari di apertura

L'ex monastero è visitabile in parte durante gli orari di apertura della chiesa

Remo Ponti: il poeta delle pietre

Occorrerà fare quattro passi verso sud, restando sulla riva orografica destra del Serio ma spostandosi verso la località di Piazzo. Oppure spostare l'auto, e parcheggiarla nei posteggi liberi all'imbocco di questo apparentemente anonimo sentiero che entra nel bosco, largo e comodo. Via Piazzo, dice il navigatore, ma tutti ormai la conoscono come la Via delle Pietre, così come conoscono Remo Ponti. Ottantaquattro anni, Remo è uno scultore. Non ha fatto l'Accademia:  è nato a  Cavernago nel 1938, e vive a breve distanza dalla sua strada. Nemmeno lui sa bene com'è cominciata, questa cosa dello scolpire le pietre.

"Lo faccio da tutta la vita..." racconta, mostrando il piccolo martello con cui lavora quasi tutti i giorni, da sei anni, lavorando segno dopo segno le pietre che compongono un lungo muretto che costeggia il "suo" sentiero. È il muretto, ormai,  ad essere diventato esso stesso un'opera d'arte.

Il martello è quello che gli regalò suo padre, 76 anni fa. Dal 2014 a oggi, pietra dopo pietra, la sua è diventata un'opera di land-art studiata e citata nelle università di mezzo mondo. Ne ha scolpite 1070, di quelle pietre incastonate nel muro. Non ha intenzione di smettere, assicura.

Con un po' di fortuna, lo si trova intento a scolpire quasi ogni giorno, ma confessa che s'interrompe con piacere se è per chiacchierare del suo muro. Ci si mette un attimo a scoprire che sta scolpendo un'enciclopedia: il mondo come lo vede lui, un pezzo alla volta. Il Sole, l'Energia, la Storia. Animali, personaggi storici, formule matematiche. Tracce di incontri e di discorsi sospesi,  storie lette sui giornali (di nuovo, ha ragione Pinessi: l'arte ne ha bisogno). Riminiscenze, loghi, lettere, emozioni. I soggetti sono ormai 1070, e lui li ricorda uno ad uno. Remo lavora con le mani sulla pietra grigia grezza graffiata dallo scalpello, e gli occhi fissi in  un sistema simbolico tutto suo, le cui chiavi di lettura sono conservate nella trama incredibilmente solida, e coerente, della sua memoria.

Una visita che chiede rispetto

Il Comune e PromoSerio, giustamente, hanno deciso di rendere il suo work in progress un'opera d'arte visitabile, ma l'hanno fatto con garbo e discrezione: c'è un cartello indicatore, se ne parla su siti e dépliant, ma nulla più. Qualche amico di Remo, ogni tanto, organizza una mostra a Bergamo o ad Albino. Ma, di nuovo, con calma: la tentazione di instagrammare a raffica l'instagrammabilissima opera d'arte di Remo, che è lunga ormai 35 metri, va tenuta a bada. Siamo in un bosco, in un bel bosco. Ma occorre avvicinarsi a quest'opera ancora incompiuta con il rispetto che si userebbe entrando in una casa. Andare a cercare Remo, avere la fortuna di trovarlo, è un utile esercizio contro la bulimia culturale di cui soffre spesso il turista domenicale: andare, scattare, condividere, dimenticare.

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Una delle 1070 pietre scolpite da Remo Ponti ad Albino

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Remo Ponti con il martello che gli regalò suo padre, 76 anni fa, e lo scalpello con cui lavora ogni giorno

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Alcune delle opere incastonate nel muro

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Alcune delle opere incastonate nel muro

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Alcune delle opere incastonate nel muro

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Foto 7 di 8

Il muretto scolpito da Remo Ponti è lungo 35 metri

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Via delle pietre - Orari di apertura

Con un po' di fortuna, lo si trova al lavoro tutti i giorni. Altrimenti, il muro è visitabile in qualunque momento, salendo per pochi minuti a piedi dalla strada carrale lungo il sentiero delle Pietre.

Il museo etnografico della Torre

L'ultima tappa del nostro itinerario albinese è a Comenduno. Per comodità potrebbe essere l'arrivo, dato che apre al momento soltanto la domenica pomeriggio. Visita doppia, almeno fino alla fine dell'anno: oltre alla collezione permanente, è infatti allestita una mostra temporanea dedicata ai cageri, i "casari" della ValSeriana, e all'arte della trasformazione del latte.

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Un volontario del museo etnografico della Torre di Comenduno

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La ricostruzione di una camera da letto Otto-Novecentesca

L'esposizione permanente, a misura di famiglia, è allestita in una porzione dell'antica villa Briolini Regina Pacis. Al pianterreno si racconta la storia dell'agricoltura albinese negli ultimi due secoli, con centinaia di strumenti e attrezzi da lavoro perfettamente conservati e spiegati, uno ad uno, dalle guide messe a disposizione da un'associazione di volontari. In un angolo c'è anche un laboratorio utilizzato - ormai dai vent'anni - dalle scuole del territorio per provare a far praticare agli studenti delle elementari l'antica "sgranatura" del grano. Ultimamente si utilizza anche lo Spinato di Gandino, specialità appena (ri)scoperta e già diventata un immancabile prodotto "à la page" della gastronomia orobica.
Al primo piano del museo, invece, è stata ricostruita l'abitazione di una famiglia contadina. Dalla cucina a legna al materasso in mais, dal "box" per bambini in legno,  fino al "quadrèl" scaldaletto, al pitale, è una visita, di nuovo, a misura di bambini. Le curiosità, persino quelle un po' macabre sulla gestione dell'aia,  sulla caccia, sulla vita e sulla morte degli animali di cascina, raccontano un passato prossimo che sembra  incredibilmente lontano, ma che è  in fondo è l'altrieri. Una visita forte, ma istruttiva soprattutto per i bambini da condominio, perennemente a rischio di equivoco. Nascono con il tablet in mano, ma potrebbero immaginare che i polli crescano già  cellophanati, e nudi, in quelle belle vaschette che mamma compra al supermercato.

Museo etnografico - Orari di apertura

Ogni domenica dalle 15:30 alle 18:30

Davide D'Adda

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