L'iniziativa

Anche a Concorezzo sarà vietato l’accesso agli edifici comunali a volto coperto

Ieri sera, mercoledì, a Concorezzo, in Consiglio comunale, la coalizione di centrodestra ha dato il via libera alla mozione, presentata dalla Lega, che vieta l’accesso agli edifici comunali a volto coperto, compresi burqa e niqab

Anche a Concorezzo sarà vietato l’accesso agli edifici comunali a volto coperto

Dopo Lissone (è stato il primo comune in Brianza) anche il Consiglio comunale di Concorezzo, nella seduta di ieri sera, mercoledì 26 novembre 2025, ha deciso: negli edifici comunali (Municipio, biblioteca e scuole) non sarà più consentito entrare con il volto coperto.

Dunque Concorezzo, comune governato dalla coalizione di centrodestra e con alla guida il sindaco Mauro Capitanio, esponente di spicco della Lega brianzola, diventa uno dei primi comuni italiani ad approvare una mozione che vieta l’accesso agli edifici comunali a chi si presenta a volto coperto, specificando anche il velo islamico integrale, seguendo la linea già tracciata nel 2015 da Regione Lombardia.

La mozione presentata da Silvia Pilati

La mozione sulla sicurezza (rispetto del divieto di copertura del volto nei luoghi pubblici)  è stata presentata dal capogruppo del Carroccio in Assise Silvia Pilati e ha ottenuto i voti favorevoli dei consiglieri di maggioranza e l’astensione da parte di quelli dell’opposizione.

Dunque a stretto giro arriveranno delibera di Giunta e cartelli di “stop” affissi all’ingresso degli immobili di proprietà comunale per mettere al bando, oltre a caschi e passamontagna, anche burqua e niquab, simili a quelli che già campeggiano dentro e fuori le strutture di Regione Lombardia per effetto della delibera della Giunta Maroni datata 2015.

Si dovrà poi mettere mano al regolamento comunale di Polizia Urbana per dare i necessari strumenti agli agenti della Polizia locale in caso di violazioni del divieto. Il consigliere comunale Pilati ne fa strettamente una questione di sicurezza: l’esigenza di identificare in modo certo una persona – che giocoforza viene meno con il volto coperto da un velo – quando varca la soglia di un edificio pubblico, sottolinea, prevale sul motivo religioso.

Femminicidi e divieto di entrare nei luoghi pubblici a volto coperto

A far storcere il naso ai consiglieri di opposizione è il fatto che nella suddetta mozione è stato inserito anche un richiamo alla Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne celebrata martedì 25 novembre.

“L’utilizzo del velo integrale, soprattutto quando diventa negazione delle libere scelte di una donna, si pone in antitesi con i principi cardine della Costituzione e della nostra cultura e con le regole di comunicazione e convivenza sociale, diventando uno strumento oppresivo e una grave violazione delle libertà fondamentali di una donna”, ha continuato Pilati.

Un’uscita che ha provocato la risposta di Pietro Brambilla, consigliere del Pd.

“Pur partendo da un tema serio riguardante la sicurezza sul posto di lavoro, devo ammettere che il testo della mozione  è fortemente parziale – ha sottolineato Brambilla –  La mozione richiama temi legittimi sui quali non facciamo ostruzionismo e vorrei ricordare che è dal 2015 che esiste la delibera di Giunta Regionale. Ovviamente si parla di caschi e passamontagna ma il cuore della mozione è il velo integrale. Dal mio punto di vista non possiamo pretendere di riscrivere o giudicare una cultura con un atto amministrativo: sarebbe un errore perchè noi occidentali spesso conosciamo poco di quelle culture. E poi l’accostamento con la Giornata per l’eliminazione della violenza contro le donne lo trovo forviante: cosa c’entra il tema del velo con la violenza sulle donne? Cosa c’entra accostare la sicurezza nei luoghi pubblici con i femminicidi? Una riduzione inaccettabile. I femminicidi sono una tragedia nazionale, anzi mondiale che riguardano tutte le culture e che avvengono a tutte le latitudini del nostro pianeta. E riguardano anche famiglie italiane e non. Stiamo parlando di un problema educativo”.

Colombini (Vivi Concorezzo): “Ma la legge c’è già”

Invece il consigliere comunale di Vivi Concorezzo Chiara Colombini ha puntato il dito sul fatto che nelle premesse della mozione manca l’inserimento dell’articolo 5 della legge 152 che, di fatto, già proibisce “l’uso di caschi protettivi, o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico o aperto al pubblico, senza giustificato motivo”.

“Per me era fondamentale inserire questo articolo nelle premesse perchè è una premessa sostanziale: la legge dice già cosa è vietato fare su questo tema. Dunque tutte le delibere regionali sono di rango inferiore rispetto alla legge nazionale”, ha continuato Colombini.

C’era quindi bisogno della mozione del Carroccio concorezzese?

“L’ulteriore obiettivo contenuto nella nostra mozione è sollecitare al Governo una legge che vieti burqua e niquab su tutto il territorio nazionale”, hanno replicato i membi della maggioranza.

Legge che è nell’”aria”: il mese scorso, infatti, è stata presentata alla Camera una proposta di legge di Fratelli d’Italia che prevede il divieto “di indumenti che coprano il volto delle persone, di maschere o di qualunque altro mezzo” che rendano “difficoltoso il riconoscimento della persona» con sanzioni amministrative da 300 a 3 mila euro in caso di violazione. A gennaio scorso la Lega, a prima firma del capogruppo in commissione Affari Costituzionali alla Camera Igor Iezzi, aveva presentato una proposta di legge molto simile che mirava a vietare il velo e a introdurre un nuovo reato che punisse chi «costringeva le donna a indossare burqua o niquab” con multe da 10 mila fino a 30 mila euro.

Dai terribili anni di piombo ai divieti voluti dal Pirellone: ecco cosa dice la normativa

In Italia, ad oggi, non esiste una normativa che vieta precipuamente l’utilizzo di un velo che copre il volto, come il niqab, o il burqa.Ci sono due leggi che sanciscono un divieto più ampio di entrare in luoghi pubblici con il volto coperto. In particolare l’articolo 85 del Testo Unico delle leggi di pubblica sicurezza datato 1931 recita: “È vietato comparire mascherato in luogo pubblico”.

Negli anni di piombo, quando il Paese dovette fronteggiare numerosi atti terroristici di matrice politica, venne emanato un secondo provvedimento dallo spirito analogo, con il chiaro intento di tutelare la sicurezza pubblica, la legge Reale del 1975 che proibisce “l’uso di caschi protettivi, o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona (come potrebbe essere un velo islamico, ndr), in luogo pubblico o aperto al pubblico, senza giustificato motivo.

Quello religioso può essere considerato un giustificato motivo?

L’ultimo richiamo ha aperto però la via a diverse interpretazioni: quello religioso può essere considerato un giustificato motivo? Per la Giunta regionale lombarda no: nel dicembre del 2015, governatore Roberto Maroni, l’Esecutivo approvò all’unanimità una delibera che sostanzialmente esplicita il divieto di entrare nelle strutture pubbliche della Regione Lombardia, ospedali compresi, con “caschi protettivi o qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona”.

Nelle premesse, si specifica che “le tradizioni o i costumi religiosi, non possono rappresentare giustificati motivi di eccezione rispetto alle esigenze di sicurezza all’interno delle strutture regionali”. Un impianto ritenuto legittimo anche dal Tribunale a cui si erano rivolte diverse associazioni denunciando il carattere discriminatorio dell’atto regionale. Si era invece espresso in maniera opposta il Consiglio di Stato nel 2008: censurando l’ordinanza emessa dal sindaco di Azzano Decimo, in provincia di Pordenone, che includeva espressamente tra i «mezzi atti a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona» anche «il velo che copre il volto», i giudici amministrativi avevano stabilito che la religione e la cultura di appartenenza rappresentano un motivo giustificato per coprirsi il volto anche in pubblico.