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Vittoria delle minoranze in Consiglio Regionale

Il presidente Fontana "costretto" a chiedere lo scioglimento dei movimenti neofascisti

Quaranta consiglieri del centrodestra non votano, passa la mozione del Pd.

Il presidente Fontana "costretto" a chiedere lo scioglimento dei movimenti neofascisti
Politica 20 Novembre 2021 ore 14:00

Il governatore della Lombardia, l’avvocato lumbard Attilio Fontana, deve chiedere al Governo di sciogliere Forza Nuova e tutti i movimenti politici di chiara ispirazione neofascista. A «costringerlo» - se così si può dire in relazione ad uno strumento di indirizzo politico - è la mozione passata lo scorso 2 novembre in Consiglio regionale con i soli voti della minoranza, Pd e Movimento 5 Stelle: 25 in tutto.

Il presidente Fontana "costretto" a chiedere lo scioglimento dei movimenti neofascisti

Guardando ai numeri, può suonare strano ma è presto spiegato: il centrodestra compatto - quaranta consiglieri - non ha partecipato al voto, consentendo così di abbassare il quorum a 14 e di fatto spianando la strada al testo firmato dal capogruppo dem Fabio Pizzul sulla scorta di quanto portato in Parlamento dai compagni di partito dopo l’assalto alla sede della Cgil di Roma dello scorso 9 ottobre. Solo due i voti contrari: di Viviana Beccalossi del gruppo misto e del legista Marco Mariani. Nella stessa seduta è passata a larga maggioranza anche la mozione della Lega che «condanna ogni atto di violenza compiuto da forze politiche di qualsiasi estrazione»; bocciata invece quella dei grillini che chiedeva un codice etico mirato all’accantonamento di ogni estremismo riconducibile al fascismo negli spazi istituzionali lombardi.

Il commento di Pizzul

Un risultato che soddisfa ma non del tutto il Pd lombardo. Pizzul ha parlato dell’ennesima «brutta pagina del Consiglio regionale. Questo voto non ha sciolto le ambiguità del centrodestra, che non ha voluto condannare apertamente i rigurgiti neofascisti e neonazisti che in Italia e in Europa si sono intensificati negli ultimi anni». Sulla stessa linea l’ex sindaco di Cesano Maderno Gigi Ponti - «Sarebbe stato sicuramente positivo ottenere un voto unanime» - e il pentastellato Marco Fumagalli. Il consigliere regionale grillino ha parlato di «sconfitta della democrazia» nelle sue considerazioni al termine delle operazioni di voto.

«Prendere le distanze da quello che è successo a Roma credo che fosse il minimo - ha spiegato - Il punto però è che non è possibile trincerarsi e nascondersi dietro a cavilli. In questo momento non c’è spazio per ambiguità, ma servono posizioni nette contro le derive fasciste che purtroppo non ci sono state: abbiamo assistito ad una sconfitta della democrazia».

Testo alla mano, la mozione piddina impegna Fontana ad «attivarsi presso il Governo nazionale e in particolar modo nei confronti del Ministro dell’Interno» affinché «adottino i provvedimenti di loro competenza per procedere allo scioglimento di Forza Nuova e di tutti i movimenti politici di chiara ispirazione neofascista artefici di condotte punibili» ai sensi della normativa vigente.

Per Corbetta un possibile precedente rischioso

Parla di un possibile precedente rischioso il consigliere regionale besanese Alessandro Corbetta (Lega).
«Ritengo che solo da una decisione degli organi giudiziari debba discendere lo scioglimento di un movimento politico. Affidare il tema al Parlamento, al Consiglio regionale o a qualsivoglia altro organo politico rischia di portare a pericolose scelte discrezionali. Estremizzo: se in futuro la Lega dovesse rappresentare un ridotta minoranza, potrebbe ben esserci una maggioranza che ne chieda e ne ottenga la fine». Per Corbetta, inoltre, quella dem è una mozione «a orologeria». «Mi chiedo come sia possibile che si paventi il ritorno del fascismo sempre a ridosso delle elezioni, passate le quali il centrosinistra se ne dimentica completamente».

Il commento di Federico Romani

Ha sottolineato invece la necessità di condannare trasversalmente tutti i totalitarismi del ‘900 il consigliere di FdI Federico Romani.
«Premesso che Fratelli d’Italia ha pubblicamente condannato l’aggressione alla sede della Cgil, perpetrato dai militanti di Forza Nuova, colpevoli del vile assalto e del tentativo di strumentalizzazione di una piazza che democraticamente manifestava; ci tengo a dire che Fratelli d’Italia ha convintamente votato in Parlamento europeo una mozione con gli stessi fini di condanna esplicita a comunismo e nazifascismo senza distinzioni. Quindi è chiaro che nel dna del partito ci sia il rifiuto per ogni regime, passato, presente e futuro. Per questi motivi è opportuno che si affronti, entrando nel merito concretamente, in modo condiviso da tutti, la condanna di tutti i totalitarismi del ’900».

Nella storia repubblicana sono tre i gruppi «cancellati», tutti dopo una sentenza

La normativa di riferimento per lo scioglimento di gruppi e partiti di ispirazione neofascista è innanzitutto la Costituzione e, quindi, la Legge Scelba del 20 giugno 1952 che della XII disposizione transitoria e finale (comma primo) della Carta fondamentale è attuazione.
Sono due le strade percorribili. «Qualora con sentenza risulti accertata la riorganizzazione del disciolto partito fascista», recita l’artico 3 della normativa, il Viminale, sentito il Consiglio dei Ministri, ordina lo scioglimento e la confisca dei beni dell’associazione, del movimento o del gruppo; oppure con un decreto legge adottato dal Governo in casi di straordinaria necessità e urgenza. Quest’ultima, in mancanza di pronunciamenti del tribunale, è quella che l’Esecutivo di Mario Draghi dovrebbe adottare per dire addio a Forza Nuova e agli altri movimenti politici di ispirazione neofascista.

Nella storia repubblicana italiana si contano due formazioni sciolte ai sensi della legge Scelba: Ordine nuovo nel 1973 e Avanguardia nazionale nel 1976. In ambedue i casi, però, i Governi si erano mossi dopo una sentenza della magistratura.
Era il 23 novembre del 1973 quando l’allora ministro dell'Interno Paolo Emilio Taviani sciolse Ordine Nuovo, il gruppo dell'estrema destra extraparlamentare nato quattro anni prima, a conclusione del processo per ricostituzione del partito fascista che portò pesanti condanne dei suoi dirigenti. Nel 1976, sempre all'esito di un processo, lo stesso destino toccò ad Avanguardia nazionale, fondata nel 1960 da Stefano Delle Chiaie. La decisione del Viminale arrivò il giorno dopo la conferenza stampa della guida di An, Adriano Tilgher, che annunciava la fine del movimento anticipando la decisione del Ministero.

Storia leggermente diversa quella dello scioglimento del Fronte nazionale, un movimento costituito agli inizi degli anni Novanta da una serie di militanti della destra extraparlamentare e che aveva tra i suoi principali temi la promozione del razzismo sistemico e l’espulsione di tutti gli stranieri dall’Italia. Fu il ministro Enzo Bianco a decretarne la fine nel 2000 a seguito della sentenza della Cassazione che, nel maggio 1999, ne condannò i dirigenti in base alla legge Mancino che punisce chi incita alla violenza o alla discriminazione per ragioni razziali, etniche, religiose o nazionali.

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