prossimi all'esame

“Alla maturità chiediamo ai ragazzi quanto e come sono cresciuti, da soli”

La riflessione di Raffaele Mantegazza, docente dell'Università Bicocca di Milano, ed ex assessore alla cultura ad Arcore. 

“Alla maturità chiediamo ai ragazzi quanto e come sono cresciuti, da soli”
Vimercatese, 30 Aprile 2020 ore 18:07

“Alla maturità chiediamo ai ragazzi quanto e come sono cresciuti, da soli”. La riflessione è  di Raffaele Mantegazza, docente dell’Università Bicocca di Milano, ed ex assessore alla Cultura ad Arcore.

Una nuova maturità

La maturità è un punto di svolta fondamentale nella vita dei giovani. Lascia il segno sempre, nel bene e nel male. E nessuno se la dimentica più, così come i 5 anni che la precedono, che davvero sono un concentrato di tutto quello che poi dovremo affrontare nella vita.

Momenti di gioia e divertimento, grandi o piccole delusioni nello studio – e in futuro sul lavoro – o nei rapporti d’amicizia, occasioni di crescita e riflessione individuale o di gruppo. In mezzo, tante sfide da superare.

La maturità si chiama così non a caso. In cinque anni il percorso compiuto da ogni singolo ragazzo è molto più di un semplice voto o di una media scolastica e l’esame che determina la fine di questo percorso deve necessariamente tenere conto di tutto.

Quest’anno ancora di più. Già perché da febbraio la quotidianità dei ragazzi è cambiata. Abituati a “ubriacarsi” di stimoli se li sono visti azzerare in pochi giorni per il bene e la salute di tutti. Lo studio e il lavoro individuale sono diventati la nuova normalità. Certo, pur sempre accompagnati dagli insegnanti che, grazie alla tecnologia hanno fatto del loro meglio e continuano a farlo, per indirizzarli in vista della prova di giugno.

Ma il grosso “del lavoro” quest’anno gli studenti l’hanno svolto in autonomia, in un crescendo di responsabilità che tutto sommato non faranno male.

Se siamo consapevoli oramai che la preparazione alla maturità e l’esame stesso non saranno quelli degli anni precedenti, resta certamente il nodo delle domande d’esame. Le classiche ci saranno sempre, ma quest’anno i ragazzi hanno fatto uno sforzo in più. E’ giusto dargliene merito ma soprattutto chiedergliene conto.

La riflessione del docente

Su questo aspetto ha fatto una interessante riflessione Raffaele Mantegazza, docente dell’Università Bicocca di Milano, ed ex assessore alla cultura ad Arcore. Mettendosi nei panni di un presidente di Commissione alla maturità ha immaginato un esame diverso, così come diverso è stato quest’ultimo periodo.

“Se fossi il presidente di una commissione di maturità imposterei tutto l’esame di ogni ragazzo chiedendogli di fare un bilancio di questi mesi dal punto di vista della sua crescita culturale, di spiegare alla commissione come ha imparato determinati contenuti, come questi contenuti hanno lavorato su di lui come ragazzo e come adolescente in quarantena. Gli chiederei una connessione tra questo tipo di apprendimento legato all’emergenza e le storie di apprendimento dei precedenti quattro anni e mezzo. Gli chiederei di spiegarmi qual è stato il salto di responsabilità costituito dal preparare la maturità non a contatto diretto con gli insegnanti, gli chiederei di dirmi se ha lavorato con i suoi compagni, se ha condiviso il sapere, se la classe è stata una comunità per imparare e per apprendere. Gli chiederei di dirmi se l’italiano, la matematica, l’inglese, il diritto in questi mesi hanno reso meno ansiose le sue giornate, hanno portato un po’ di speranza nella paura e nella disperazione, hanno illuminato di curiosità questa primavera da reclusi. Gli chiederei se sente di essere maturato non perché ha imparato qualche contenuto in più ma perché ha provato a “imparare a imparare”, in modo diverso. Gli chiederei soprattutto che cosa se ne farà di queste conoscenze e del rapporto con la conoscenza che ha messo in piedi in questi mesi: che continui a studiare o che entri nel mondo del lavoro, gli chiederei quanto è diventato davvero adulto mettendosi a confronto, nella solitudine della sua cameretta, con tutto ciò che l’essere umano ha saputo inventare e creare in tanti millenni. Gli chiederei di provare a usare i contenuti e la cultura per dare l’addio alla sua scuola e a 5 anni così densi della sua vita. Gli chiederei se si è innamorato della cultura. E poi, a porte chiuse, chiederei a tutti i colleghi perché mai non abbiamo sempre fatto gli esami di maturità in questo modo, e perché mai abbiamo dovuto aspettare un virus per chiederci se i nostri ragazzi siano innamorati del sapere”.

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