Il rombo sordo del bob che sfreccia a 130 kilometri orari, il ghiaccio che urla sotto i pattini, il cuore che martella nel petto mentre il budello innevato inghiotte la slitta traballante curva dopo curva. In quel turbine di velocità e pericolo, nei primi anni ‘70, c’era anche lui, giovane brianzolo ruspante che incarnava il puro spirito ribelle dello sport estremo. Romeo Magni, oggi 80 anni, arcorese di residenza ma velatese di adozione, è una leggenda “dimenticata” del bob azzurro.
Romeo Magni, la freccia brianzola della Nazionale di bob
Nato nel 1945 in quello che all’epoca era il Comune di Velate Milanese, Romeo non è mai stato un atleta da copertina. Piuttosto un guerriero silenzioso, che con passione, dedizione e un pizzico di sana follia ha saputo ugualmente scrivere il proprio nome dei libri di storia indossando la tuta azzurra con orgoglio, tenacia e umiltà. La sua, del resto, è stata una carriera breve, ma altrettanto intensa, trascorsa tra i gomiti assassini delle piste più rinomate del mondo. Cervinia, Lake Placid, Sankt Moritz… sono solo alcuni dei labirinti ghiacciati attraverso cui Romeo ha saputo condurre il “nostro” bob sfiorando imprese straordinarie.

La prima volta sulla slitta
E pensare che su quella slitta ci è salito praticamente per caso:
“Lavoravo alla Delchi di Villasanta, avrò avuto poco più di vent’anni – racconta lui, intervistato nella sua casa di Bernate tra fotografie scolorite e ricordi ancora vividi – Un giorno si presenta in azienda un venditore per alcune commesse. Era il fratello di Giancarlo Polenghi, che in quegli anni era già un atleta esperto della Nazionale italiana di bob. Disse che stavano cercando un quarto per completare la squadra e chiese se qualcuno se la sentisse di andare a Cervinia per un provino. Io ero giovane, vivevo solo con mia mamma e pensai che valeva la pena buttarsi. Così alzai la mano. Pochi giorni dopo salii per la prima volta in vita mia su un bob. Ma da quel momento non ci sono più sceso”

Sulle piste con i più grandi
Romeo divide la pista con nomi di spicco della Nazionale italiana. Non solo assiste alle ultime, straordinarie, discese iridate di Eugenio Monti (a cui oggi è intitolato il tracciato olimpico di Cortina), ma lega la propria carriera a quella di Gianfranco Gaspari, Nevio De Zordo, Mario Armano, Giorgio Alverà, Gianni Bonichon e Maurizio Compagnoni, solo per citarne alcuni. E proprio con Compagnoni il bobbista brianzolo forma un duo inossidabile:
“Insieme abbiamo partecipato a campionati italiani, europei e mondiali tra Italia, Francia, Svizzera e Stati Uniti – racconta il diretto interessato facendo passare la carrellata di medaglie e biglietti aerei conservati con straordinaria cura – A quelli del 1971, ancora a Cervinia, abbiamo sfiorato il podio, arrivando quarti, quando ancora si correvano due sole prove anziché le quattro moderne”.
Anche nel bob a quattro Romeo dice la sua in uno degli equipaggi con cui la Nazionale è solita presentarsi agli appuntamenti internazionali:
“Ero il “secondo”, cioè quello che, subito dietro il pilota, si occupa principalmente di spingere. Però ho provato a gareggiare anche da “terzo”, dando una mano al frenatore. Che poi, in realtà, non si frena praticamente mai pur di arrivare davanti. Quante volte abbiamo rischiato l’osso del collo… mia mamma, preoccupata, me lo diceva sempre quando uscivo di casa per andare alle gare…”
L’appuntamento mancato con le Olimpiadi
Il 1972 è però l’anno che segna uno spartiacque nella vita di Romeo. Gli Europei di Sankt Moritz promettono molto bene: nelle prove, a bordo di “Italia III”, il duo italiano vola davanti a tutti. Ma in gara qualcosa va storto e alla fine arriva solo un ottavo posto nel bob a due. Da lì a poco c’è però la grande occasione per rifarsi: l’appuntamento è per il mese successivo a Sapporo, perché in programma ci sono le Olimpiadi, il sogno di ogni atleta. A sorpresa, però, il nome di Romeo Magni non figura nell’elenco dei partenti per la spedizione giapponese. Eppure lui era lì, in lizza con la convocazione in mano, pronto a indossare la tuta azzurra sotto i riflettori del mondo a cinque cerchi. Ma scelse di rimanere a casa:
“La cartolina arrivò, ma fu una mia scelta rinunciare – confessa – Una scelta di cui ancora oggi mi pento. Avevo da poco cambiato lavoro e non me la sentii di andare. Ancora adesso mi mangio le mani però, è il più grande rammarico della mia vita. Anche perché l’equipaggio del bob a quattro vinse l’argento e passò alla storia. Chissà, magari oggi mi sarei ritrovato anche io una medaglia al collo”.

L’addio al suo pilota
Per Magni, tuttavia, c’è ancora un biennio di emozioni con la Nazionale. Ma ormai la fiamma sembra essersi spenta. La quotidianità brianzola, tra lavoro e famiglia, lo assorbe quasi completamente. Ma c’è anche un dramma a stravolgere la sua vita: la tragica morte di Maurizio Compagnoni, suo storico pilota. A strapparlo alla vita, un drammatico incidente stradale in autostrada ad Arluno, mentre rientrava dopo una giornata di lavoro nel suo negozio di abbigliamento sportivo a Villasanta:
“Per me in quel momento si spense tutto, senza Maurizio capii che non aveva più senso andare avanti. Persi il mio pilota, ma ancor più persi un grande amico. Fino al 1974 ricevetti la cartolina per le convocazioni e in tutte c’era la stessa dicitura: “Probabile Olimpico”. Forse, proseguendo, avrei avuto una seconda possibilità per le gare di Montreal, nel 1976, ma per me andava bene così e lasciai il giro della Nazionale”
“Quante emozioni, ma quel rammarico…”
Ma non lo sport. Perché Romeo torna subito in sella e, tra bicicletta e pallone, per lui si aprono altre porte nella sua Brianza, vestendo anche la fascia da capitano della gloriosa “Ac Arcore”. Oggi, però, anche a distanza di mezzo secolo, i suoi occhi si illuminano e il suo cuore spinge più forte quando con la mente ripercorre gli anni ruggenti trascorsi nei budelli ghiacciati di tutto il mondo. E in questi giorni, con le Olimpiadi che si giocano in casa, più che mai.
“Fu una parentesi bellissima, vestire la tuta della Nazionale era ogni volta un’emozione enorme e lo è tutt’ora al solo pensiero – dice – E’ difficile raccontare cosa si prova quando all’apertura delle competizioni sfili davanti a tutti sotto la tua bandiera: solo chi ha provato un’emozione del genere può davvero capirla fino in fondo. Resta però il grande rimpianto delle Olimpiadi: decidere di non partecipare, all’epoca, mi era sembrato giusto. Ma oggi mi rincresce moltissimo essermi precluso quell’esperienza. Mi sono tolto tantissime soddisfazioni tra Europei, Mondiali e molte altre competizioni di alto livello. Ma le Olimpiadi sono e saranno sempre le Olimpiadi…”
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