La testimonianza

“Ho rischiato di morire per un pacchetto di sigarette”

A distanza di due settimane dalla brutale rapina nel quartiere Sacra Famiglia, parla una delle due vittime del 42enne finito in carcere

“Ho rischiato di morire per un pacchetto di sigarette”

Dopo l’udienza di convalida del fermo, il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Monza, Silvia Pansini, ha firmato un’ordinanza di custodia in carcere nei confronti di Anduel Toska, il 42enne albanese domiciliato in città indagato per la doppia rapina di lunedì 9 marzo nel quartiere Sacra Famiglia. Rasarsi il capo, tagliarsi i baffi e sbarazzarsi del giubbotto rosso, della felpa bianca e dei pantaloni blu della tuta che indossava, non gli è servito.

“Ho rischiato di morire per un pacchetto di sigarette”

Toska, già finito nei guai a Padova nel 2018 per avere aggredito alle spalle un passante e averlo picchiato per rubargli il telefono cellulare, la sera del 9 marzo, intorno alle 23, ha aggredito prima un 19enne e poi un 47enne.

“Ho temuto di morire: è stato un massacro”, dice l’imprenditore classe 1978, che chiede l’anonimato ma accetta di rivivere quei momenti drammatici. “Ero sul balcone di casa ad aspettare il rientro di una delle mie figlie – spiega – Quando ho sentito in lontananza delle urla di dolore e le richieste di aiuto mi sono precipitato in strada, in ciabatte: che fosse mia figlia o un’altra persona, di certo qualcuno era in difficoltà”.

“Adesso ti ammazzo”, gli ha urlato l’aggressore

L’uomo è scivolato ed è caduto a terra, così si è ritrovato immobilizzato dal 42enne che intanto gli si era avvicinato con fare minaccioso e un coltello in mano. “Me lo sono ritrovato sopra all’improvviso, ho preso una botta in testa e ho perso momentaneamente i sensi – riprende – Poi ho provato a scalciare per liberarmi, ma lui continuava a sferrare colpi. ‘Adesso ti ammazzo’, mi ha urlato. Quando l’ho supplicato di non farlo perché a casa c’erano due figlie piccole che mi aspettavano, mi ha detto: ‘Allora dammi i soldi e le sigarette’”.”

“Rivivo quegli attimi ogni notte, come chiudo gli occhi”

L’imprenditore, che è riuscito a rientrare a casa arrancando, da allora rivive quegli attimi “ogni notte, come chiudo gli occhi”. Dopo due settimane riesce finalmente a stare in piedi. “Mi hanno amputato un polpastrello e mi hanno ricostruito il tendine del pollice sinistro; in testa ho quattro punti. Ma non posso ancora usare le mani e dipendo per tutto da mia moglie e dalle mie figlie”. Ha visto la morte in faccia. “Se sono vivo è grazie a mia moglie che ha tamponato l’emorragia in attesa dell’ambulanza. Sì, potevo morire, e potevo morire per un pacchetto di sigarette: non credo che sia stata una rapina, è stato un tentato omicidio. E al posto mio avrebbe potuto esserci chiunque”.

Curato all’ospedale San Gerardo di Monza, è stato dimesso con una prognosi di trenta giorni. Tra le ferite, quelle alle mani, riportate nel tentativo di afferrare il coltello per evitare di essere colpito allo stomaco, e quelle alla coscia sinistra, raggiunta da diversi fendenti. “Adesso voglio solo pensare a riprendermi, e purtroppo temo che i trenta giorni di prognosi non saranno sufficienti: sono già passate due settimane. Ce la metterò tutta, per me, per le mie figlie, per mia moglie e per mio padre, che ha 75 anni e sta portando avanti da solo la nostra attività”.