Festa del lavoro

Primo Maggio 2021: le riflessioni di un (ex) sindacalista Cisl

"E' importante continuare ad avere presenti le tematiche relative ai diritti e doveri contenuti nella nostra Costituzione: il diritto al lavoro"

Primo Maggio 2021: le riflessioni di un (ex) sindacalista Cisl
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Primo Maggio 2021: le riflessioni di un (ex) sindacalista Cisl.  "E' importante continuare ad avere presenti le tematiche relative ai diritti e doveri contenuti nella nostra Costituzione: il diritto al lavoro".

Primo Maggio 2021: le riflessioni di un (ex) sindacalista Cisl

Lo scorso anno accolse il nostro invito e scrisse alcune riflessioni in occasione del 25 Aprile, che altre testate ripresero per il Primo Maggio. Quest’anno Gigi Redalli, ex sindacalista della Cisl, già segretario generale della Fim Cisl Monza Brianza ma che per chi ci ha conosciuto e ci ha lavorato a fianco non sarà mai un ex, ha condiviso con noi altre riflessioni, che volentieri riportiamo in occasione della Festa dl Lavoro, Festa dei Lavoratori.

"Da un anno fa non è cambiato molto"

Non è cambiato molto nel merito di quello che sostenevo un anno fa, le problematiche sono sempre stesse e forse aggravate, alcune addirittura si trascinano da prima di questa crisi sanitaria che è diventata anche drammaticamente economica e sociale.

La giusta tutela alla salute dei cittadini ha fatto trasparire, come conseguenza dovuta anche alle numerose attività costrette a fermarsi, nuovi scenari sicuramente preoccupanti per la crisi economica che si sta delineando con pesanti ripercussioni sociali.

Il diritto al lavoro, le tematiche relative ai diritti e doveri sono punti fondamentali della “nostra” Costituzione della Repubblica Italiana, è importante averli presenti nella fase che abbiamo davanti a noi, perché è da qui che dobbiamo partire per gestire al meglio le grosse difficoltà che si prospettano e soprattutto per cercare di non lasciare indietro nessuno nella ripartenza che si è allontanata sempre più nel tempo e per qualche settore ancora di più di altri.

Ricordo bene la durata delle crisi recenti (2008, 2011) nonostante le difficoltà che abbiamo incontrato, come sindacato e parti sociali ci abbiamo provato, c'è stato uno sforzo per mantenere una tenuta occupazionale dentro le realtà lavorative, cercando di evitare il più possibile i licenziamenti collettivi (non è stato ovviamente possibile farlo nelle aziende che hanno cessato l’attività o sono fallite) oggi lo sforzo appare più grande e per alcuni versi più complicato.

Bisogna tenere conto di come si sono modificate le abitudini di vita di tantissime persone che hanno inciso di conseguenza sulla vita economica del Paese, servirà uno sforzo che dovrà avere anche valenze “creative” per saper rispondere in termini di domanda e offerta a questi cambiamenti.

Siamo ancora in una situazione "sospesa e strana"

Siamo piombati e risultiamo ancora in una situazione "sospesa e strana" che sta durando ormai da tanto tempo e che non ci saremmo mai immaginati che ci costringe ad alcune riflessioni, si pensava di uscirne migliori ma “l’aria che si respira” non è delle migliori, sta emergendo un malessere e.

All'improvviso ci siamo fermati, non tutti ma molti, in particolare durante il confinamento molto rigido della scorsa primavera si è fermato una parte importante dell'ingranaggio in cui ognuno di noi era una parte con il proprio ruolo e chiusi nelle nostre case abbiamo anche riscoperto aspetti, sentimenti, azioni a cui prima non davamo peso o di cui non ci accorgevamo.

In quelle case non tutte uguali, dove non si era nelle stesse condizioni, il virus a tratti è "apparso democratico" perché ha colpito tutti gli strati sociali anche se le conseguenze del dopo, lo si è visto quasi subito, hanno colpito in modo più pesante le persone più fragili e quelle che lo sono diventate.

La fragilità nasce dalla condizione in cui ci si trova o ci si viene a trovare, ad esempio per chi ha un mutuo, per chi ha fatto dei prestiti, per chi è finito in cassa integrazione, per chi ha perso il lavoro, per chi ha perso il fatturato e i guadagni delle sue attività, commerciali e/o industriali, ecc..

Tutti questi aspetti devono essere tenuti presenti per provare a ricominciare, a ricostruire e a darci una nuova identità e ad essere un vero "sistema Paese".

"Il primo interesse dovrà essere la salute"

Come in questa fase si è cercato (forse non sempre) di mettere davanti a tutto la salute dei cittadini, nella ripartenza anche per dar voce alla paura che c'è ancora, il primo interesse dovrà essere la salute.

La salute deve valere ovunque, dentro i luoghi di lavoro, di socialità, di vita sociale e su questo aspetto, al di la delle procedure che sono previste ci dovrà essere una forte responsabilità da parte di tutti; la salute non può e non deve essere vista come un costo ma come una necessità e una risorsa, su questo aspetto non dimentichiamoci quanti incidenti e quanti morti sul lavoro ci sono ancora!

Dovrà essere rivista la forte spinta che c'è stata verso la delocalizzazione di molte attività produttive per la convenienza tra minor costo del lavoro e maggior profitto anche per avere la capacità di essere più autosufficienti e non farci trovare impreparati nel momento del bisogno come è successo per i dispositivi medici in questa crisi pandemica, soprattutto all’inizio.

Queste scelte possono essere legittime sul piano della competizione globale, ma non sono condivisibili dal punto di vista della difesa sia della produzione italiana che della tenuta occupazionale, ci richiama alla necessità di definire regole più precise per quanto riguarda la responsabilità sociale delle imprese ed è' il momento di dimostrarlo!

C’è da auspicare che le risorse derivanti dai piani di recupero economici vengano utilizzate al meglio cercando di rispondere alle problematiche che si sono evidenziate lungo questa situazione della crisi sanitaria.

Questa crisi ha prodotto non solo conseguenze di fermo e di rallentamento dell’attività produttiva ma si è anche sovrapposta alla debolezza strutturale del nostro apparato industriale e alla mancanza di “un sistema Paese” in grado di dare risposte coese, l’instabilità politica dell’Italia non ha consentito sino ad oggi di dare maggiore attenzione alle tematiche industriali e del lavoro.

Servono politiche pubbliche di sostegno agli investimenti e all’acceso al credito, condizionate da programmi di consolidamento industriale e piani sociali per l’occupazione da parte delle imprese, l’Italia che non appare coesa come sistema Paese, non manca solo una politica industriale vera e di guida su quali scelte fare, manca di investimenti che vadano in questa direzione.

"Va tutelata e sostenuta l'occupazione"

Va tutelata e sostenuta l’occupazione che costituisce insieme patrimonio professionale e di conoscenza per le aziende e preziosa ricchezza per il territorio con l’utilizzo di strumenti alternativi ai licenziamenti e con l’attuazione di politiche attive del lavoro e di riqualificazione e formazione.

Occorre quindi attivare le energie e le competenze dei sistemi locali (istituzioni, sistema formativo, imprese, sindacati), per l’analisi dei punti di criticità e l’individuazione di obiettivi e progetti di rafforzamento dei fattori di competitività, con la pianificazione dello sviluppo del territorio.

Gli ammortizzatori sociali, gli aiuti sono importanti, ma non sono la soluzione dei problemi, le lavoratrici e i lavoratori chiedono innanzitutto lavoro! Occorre difendere il sistema industriale e delle imprese con politiche adeguate e deve essere ridistribuito il lavoro che c’è con politiche sugli orari di lavoro!

Servono risposte rapide perché il tempo d’intervento è fondamentale, vanno individuati settori e aziende che hanno eccellenze, competenze e professionalità che possono essere rilanciate, delineando nuove iniziative imprenditoriali che devono trovare il supporto economico, oltre che politico, delle istituzioni nel loro insieme, da quelle locali fino al Governo nazionale.

Il sistema sanitario pubblico, va senz'altro rivisto alla luce di quanto è successo rilanciandone l'azione sul territorio, così come va meglio indirizzata la capacità che alcune imprese hanno avuto di adattarsi alla nuova situazione, riconvertendo le produzioni, vendendo i propri prodotti a domicilio (negozi, aziende agricole, ristoranti, ecc.).

Se la primavera scorsa nelle settimane di fermo, si è visto la diminuzione dello smog, delle polveri sottili, il ritorno preponderante della natura e degli animali nei parchi ma anche nelle città, aspetti che hanno riportato in evidenza il tema ambientale che deve essere rilanciato in una nuova sfida di azioni da intraprendere in questa crisi economico-finanziaria e di modello di sistema.

Bisogna ripensare con maggior vigore ad una politica industriale e non solo che sappia affermarsi attraverso la ricerca, l’innovazione e che tenga conto delle nuove esigenze, dell’impatto sull’ambiente che ci circonda e delle prospettive di prodotti di qualità.

"Lo sviluppo sostenibile deve essere prioritario"

Il tema dello sviluppo sostenibile deve essere prioritario per la salvaguardia del nostro Pianeta e ci deve vedere protagonisti nell’approfondimento e nella ricerca di strumenti che anche a livello locale siano in grado di dare risposte a questo tema delicato e decisivo per il futuro del nostro ecosistema e che al contempo può produrre anche nuove opportunità di lavoro.

E’ un contesto che pone interrogativi difficili in cui il sindacato si deve confrontare nel suo insieme per definire una strategia “comune” che faccia fronte a questa situazione per affrontare i problemi che ci vengono posti, come la stabilità nel lavoro, il mantenimento del welfare sociale, l’occupazione per i giovani e una miglior distribuzione della ricchezza prodotta. e saper prendere le necessarie decisioni impegnative per il bene delle lavoratrici, dei lavoratori e del Paese.

Il sindacato può avere ancora un ruolo importante ma deve avere il coraggio di fare cambiamenti veri e non di facciata se vuole recuperare credibilità e non svilire tutto quello che di positivo viene fatto quotidianamente e con molta fatica nei territori e nei luoghi di lavoro.

Le grandi organizzazioni sindacali confederali devono dare vita ad un unico soggetto con una nuova capacità organizzativa in grado di dare segnali nuovi al mondo del lavoro; sia quello che oggi già rappresenta anche se con crescente fatica e quello che invece non rappresenta affatto, quella parte che oggi è maggiormente sfruttata e meno tutelata, penso a tutto il mondo variegato del precariato, delle partite IVA false o vere che siano, dei lavoratori sfruttati e mascherati da stagisti, il mondo degli interinali e la lista può continuare.

Per aiutare questa parte del mondo del lavoro serve un forte investimento, che potrebbe essere fatto se si realizzasse l'unità dei tre soggetti sindacali confederali, messi assieme, debitamente riorganizzati e con un migliore utilizzo delle risorse per estendere la rappresentanza ed aumentare la capacità organizzativa, sarebbe una scelta coraggiosa che potrebbe riconquistare la fiducia in un numero sempre più ampio di lavoratrici e lavoratori.

Altro tema importante da affrontare con maggiore vigore dopo questa ulteriore crisi è quello dell'orario di lavoro, se c'è meno lavoro, credo che una delle principali azioni politiche del sindacato sia spingere per la sua redistribuzione, “lavorare meno, lavorare tutti”, tema da affrontare in modo deciso e convinto da questa visuale coinvolgendo tutte le parti in causa e perché no pensando anche ad una legge in proposito.

Speriamo di tornare presto a “manifestare in presenza” perché sono occasioni di incontro e di socialità con le persone.

 

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