Cronaca

Ucciso a Muggiò e murato in una villa nel 2013: un arresto in Sicilia

Ordinanza di custodia cautelare in carcere a carico del 45enne di Riesi, Salvatore Tambè.

Monza, 13 Ottobre 2020 ore 09:37

Ucciso a Muggiò e murato in una villa nel 2013: un arresto in Sicilia. Ordinanza di custodia cautelare in carcere a carico del 45enne di Riesi, Salvatore Tambè.

Ucciso a Muggiò e murato in una villa nel 2013: nuovo arresto

I Carabinieri dei Nuclei Investigativi di Monza e Caltanissetta, al termine di una complessa attività investigativa, hanno notificato un’ordinanza di custodia cautelare in carcere – emessa dal GIP del Tribunale di Monza – a carico del 45enne di Riesi (CL)  Salvatore Tambè, già agli arresti domiciliari con la specifica imputazione contestata di aver fatto parte dell’associazione mafiosa “Cosa Nostra” della “famiglia di Riesi , e ritenuto responsabile dell’omicidio volontario di Lamaj Astrit, commesso a Muggiò nel 2013.

L’indagine è nata dalle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia

L’attività, coordinata dalla Procura della Repubblica di Monza, nasce nel 2018, a seguito delle dichiarazioni di un collaboratore di giustizia e rappresenta lo stralcio di un procedimento penale che ha visto coinvolti altri 5 coindagati, già destinatari, nel marzo 2019 e per gli stessi fatti, di una precedente ordinanza di custodia cautelare.

L’indagine ha consentito di accertare il coinvolgimento del 45enne, in qualità di esecutore materiale, nell’omicidio e nel successivo occultamento del cadavere di Lamaj Astrit, cittadino albanese 41enne, scomparso nel gennaio 2013 da Genova e rinvenuto privo di vita lo scorso anno, murato in una villa settecentesca di Senago.

L’omicidio commissionato da una donna con cui Lamaj aveva avuto una relazione

Sembrerebbe che a commissionare l’omicidio sia stata una donna di 64 anni, commerciante di gioielli che, all’epoca dei fatti, secondo la ricostruzione degli inquirenti, era stata derubata e lasciata dalla vittima, con cui aveva intrattenuto una
relazione sentimentale. Oltre alla donna fermata vicino all’aeroporto di Genova, all’epoca erano stati fermati altri tre uomini, tutti italiani, con l’accusa di aver ucciso la vittima, murandola in un pozzo artesiano.

Gli arrestati erano tutti risultati legati alla criminalità organizzata.

La svolta nelle indagini era stata possibile solo grazie alle dichiarazioni di un pentito
nell’ambito di un’indagine della Direzione Distrettuale Antimafia di Caltanissetta: senza il suo contributo probabilmente non sarebbe mai stato individuato il pozzo artesiano né trovati i resti del 41enne.

La partecipazione dell’odierno indagato, si spiegherebbe con il suo legame con la cosca mafiosa dei Cammarata ed è stato indicato come affiliato dallo stesso collaboratore di giustizia. L’arrestato, che è stato accompagnato in carcere: si trovava a casa, agli arresti domiciliari. L’uomo era riuscito a crearsi un alibi già il giorno dell’assassinio del 41enne albanese, fornendo all’ignaro socio in affari una motivazione – poi risultata falsa – per allontanarsi dalla rivendita di ricambi per autovetture dove lavorava: nella circostanza, aveva infatti dichiarato di doversi recare con urgenza presso un Ufficio Postale in orario compatibile con la commissione dell’omicidio.

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