Dalla Via Frocis… alla Via Crucis
La “lezione” di Alberto Fulgione

“Sopportare pazientemente le persone moleste”
“Durante la cerimonia, quasi senza pensarci, alzo gli occhi al cielo. È un gesto istintivo, antico – ha esordito il primo cittadino – E mi ritrovo circondata dagli affreschi del ciclo delle Opere di Misericordia. Uno, in particolare, proprio sopra di me. Sotto quell’affresco c’è una frase che non consola, non addolcisce, non fa sconti: sopportare pazientemente le persone moleste. Ero lì per l’ultimo saluto a quello che il prete, con una semplicità disarmante, ha chiamato un “uomo buono” (Alberto Fulgione, ndr). Un collega con anni di esperienza sulle spalle, uno di quelli che non fanno rumore ma tengono insieme i pezzi. Uno che, davanti a una sindaca nuova di zecca nel luglio 2024, non ha alzato muri né fatto pesare ruoli o gerarchie. Ha fatto una cosa semplice, vera e rara: ha accolto. Ha dedicato tempo, ha spiegato e accompagnato. Una bontà concreta, fatta di gesti e non di parole, che richiama da vicino i valori cristiani più autentici: servizio, pazienza, rispetto dell’altro. La chiesa era piccola. Strapiena. Tanti volti, tante età, tante generazioni insieme. Presenze unite dal desiderio di portare rispetto a un uomo buono.
C’era un clima che faceva bene al cuore. Un’umanità che riconnette al mondo, tutta insieme. E quella frase era ancora lì, da settant’anni”.
“Sopportare chi si proclama giudice in nome dei “valori cristiani”
In un secondo passaggio del suo lungo post il primo cittadino, pur senza mai citare i consiglieri lesmesi di opposizione, ha fatto un chiaro riferimento a loro e alle polemiche innescate nelle ultime ore, sottolineando la violenza di “chi provoca, distorce e riduce tutto a slogan. Di chi condanna la complessità perché non riesce a comprenderla. Di chi si proclama giudice in nome dei “valori cristiani”, senza accorgersi di quanto un linguaggio punitivo, identitario, esclusivo e politicizzato sia lontano da quei valori”.
La molestia come violenza relazionale
L’insegnamento che scende da quelle pareti della chiesa, sedondo Dossola, è sottile: sopportare non è un atto passivo. Non significa farsi andare bene l’ingiustizia o chinare il capo davanti all’arroganza. Al contrario, è una scelta attiva.
“La molestia non è solo il reato, non è solo la violenza evidente – ha continuato Dossola – Nel quotidiano, la molestia è anche una violenza relazionale e propagandistica: quella agita da persone fragili, confuse, difficili, pesanti, ostili. Persone che avranno anche le loro storie e le loro fatiche , ma questo non toglie loro responsabilità a parole e gesti. È la violenza di chi mette ogni giorno alla prova la tua scelta di restare una persona etica, centrata. Ma sopportare non è subire, non è farsi andare bene l’ingiustizia. È una scelta attiva: non rispondere con odio, non lasciarsi trascinare, esercitare pazienza e autocontrollo. Restare umani e restare fedeli ai propri principi. Anche quando sarebbe più facile fare altro. In quella chiesa, piena di volti e di storie, ho pensato che forse le persone buone fanno proprio questo: non occupano spazio con propagande che sovrastano le sofferenze altrui. E lasciano insegnamenti che arrivano quando meno te lo aspetti, persino da un affresco, in un giorno di commiato. Oggi non ho imparato nulla di nuovo. Ma mi è stato ricordato come voglio stare nel mondo”.